Autore:
Fondazione CENSIS (Centro Studi Investimenti Sociali)

Editore:
FrancoAngeli (2017), pag. 540, Euro 46,00

Giunto alla 51a edizione, il Rapporto Censis interpreta i più rilevanti fenomeni socio-economici del Paese, nella fase congiunturale che stiamo attraversando. Le Considerazioni generali introducono il Rapporto, sottolineando come si stia chiudendo un lungo ciclo di sviluppo senza espansione economica, secondo processi a bassa interferenza reciproca, in cui il futuro è rimasto incollato al presente. Ora l'immaginazione e la preparazione del nuovo devono fare leva sul binomio tecnologia-territorio. Nella seconda parte (La società italiana al 2017) sono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell'anno, focalizzando i baricentri della ripresa, ma anche i “trascinamenti inerziali” che vanno maneggiati con cura, con l'obiettivo di ricomporre un immaginario collettivo che sprigioni forza propulsiva. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, la sicurezza e la cittadinanza, i media e la comunicazione. Per quanto concerne quest’ultima parte, è evidenziato che, grazie alla diffusione delle tecnologie digitali, nel giro di un decennio, la grande trasformazione dei media ha determinato una rivoluzione copernicana, che ha posto l’io-utente al centro del sistema attraverso alcuni processi fondamentali, come:

la personalizzazione dell’impiego dei media, che ha favorito la desincronizzazione dei palinsesti collettivi e la personalizzazione delle modalità di fruizione dei contenuti e dei percorsi di accesso alle informazioni, scardinando così la gerarchia tradizionale dei mezzi, che attribuiva alle fonti professionali e autorevoli dell’informazione un ruolo esclusivo;
l’ingresso nell’era biomediatica, caratterizzata dalla trascrizione virtuale e dalla condivisione telematica, in tempo reale, delle biografie personali attraverso i social network, che sancisce il primato dell’io-utente, produttore esso stesso – oltre che fruitore – di contenuti;
l’avvio del nuovo ciclo dell’economia della disintermediazione.

Anche i social network, inoltre, si stanno uniformando al modello della comunicazione integrata, per cui da semplici reti di messaggistica tendono sempre di più a diventare piattaforme multicanale di distribuzione di contenuti in rete: dall’informazione alle fiction, fino agli eventi sportivi, diffusi dal centro verso la periferia del sistema. La loro popolarità a livello globale ne sta mutando, almeno in parte, la natura. Il carattere di reti che connettono tra loro persone che decidono di scambiarsi messaggi individualmente o per gruppi non viene meno, specie se si pensa a WhatsApp. Eppure, da quando è possibile trasmettere dirette video in streaming, è evidente come i social si stiano trasformando sempre di più in veri e propri canali della comunicazione di massa: non abbiamo più a che fare solo con piattaforme social.
Il Rapporto rileva anche che, se nell’era della disintermediazione digitale era previsto che il fulcro del sistema informativo si spostasse dai mezzi tradizionali ai media digitali, il problema è che in rete circola di tutto, non solo ad opera di mitomani o di nerd infatuati da teorie complottiste, al punto che nel 2016 l’Oxford Dictionary ha eletto l’espressione “post-truth” parola dell’anno, riferendosi in particolare all’uso che dei social media è stato fatto durante la campagna elettorale per le presidenziali americane. Attraverso internet, infatti, si riescono a far circolare con insistenza notizie false che finiranno per portare al centro del dibattito i temi sollevati da questi messaggi diventati virali.
Quello che distingue il nostro tempo è la miscela particolare che si è venuta a creare nell’opinione pubblica, in quanto al generale discredito verso le istituzioni, siano esse politiche o editoriali, si accompagna una generica esaltazione della immediatezza e sincerità della rete, per cui non c’è smentita che tenga: tra le prove argomentate da un giornalista su un autorevole quotidiano e i sospetti diffusi attraverso un post pubblicato su Facebook, in cui qualcuno sostiene di dire quello che nessuno dirà mai, saranno quasi sempre questi ultimi ad avere la meglio.
 
Le noti dolenti sono tutte nella crisi dell’editoria cartacea. Il rapporto sottolinea che sono almeno quindici anni che si assiste ad una graduale riduzione del numero di copie dei quotidiani vendute. Nel 2016 si è arrivati a 2.646.746 copie medie giornaliere diffuse (erano 2.954.847 l’anno precedente: -10,4% in un anno). Il crollo colpisce in misura maggiore quotidiani economici (-12,1% nell’ultimo anno), seguiti dai quotidiani nazionali (-11,2%) e dai non nazionali (-9,3%), tra i quali i più in difficoltà sono i pluriregionali (-16,95).
Il trend è confermato dalla diminuzione dei dati di diffusione media mensile dei principali quotidiani nazionali. Anno dopo anno, infatti, le vendite di tutte le testate monitorate si collocano sempre molto al di sotto di quelle dell’anno precedente.
Completamente opposto è il trend dell’editoria online, sebbene in lieve contrazione rispetto all’anno precedente. Repubblica.it si conferma in testa alla graduatoria del maggior numero di utenti unici nel giorno medio.
Per quanto concerne l’informazione televisiva, poi, è evidenziato un lieve calo degli ascolti di tutti i Tg, sia nel prime time che nella fascia meridiana, ad eccezione del Tg5 che recupera qualche decimale di share.