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Critica musicale: ci vuole orecchio, competenza e abilità comunicativa

20/10/2015
Federico Capitoni, critico musicale, scrive per “la Repubblica”, per “Il Sole 24 Ore” e per le maggiori testate musicali italiane. Insegna Storia della musica al Conservatorio di Vibo Valentia e collabora con diverse emittenti, tra cui Radio Rai. Il suo più recente lavoro è “La critica musicale” (Carocci editore).
 
Nel quadro del giornalismo di specializzazione, è vero che la critica musicale è una attività multiforme, tra cronaca, opinione e musicologia?”
 
In realtà è così anche nell’ambito della stampa non specializzata. Quello che cambia è la profondità del livello di divulgazione. Il critico musicale è sempre una figura ibrida che poggia la sua professionalità su una base di sapere musicologico comunicando attraverso gli strumenti propri del giornalismo. Quando si trova a dover parlare a una platea più vasta e meno preparata, dovrà necessariamente far leva maggiormente sulle sue qualità di comunicatore, scendendo meno nel dettaglio tecnico musicale. Ma non per questo è esentato dalla conoscenza musicologica. Anzi, talvolta è proprio una profonda conoscenza della materia musicale che gli permette di avere un’ampia gamma di modi per spiegare in maniera semplice i concetti più complessi.
  
A quando risalgono i primi esempi di attività costante e programmata in materia?
 
Se per “attività costante e programmata” si intende la pratica delle recensioni, allora bisogna risalire alla stampa tedesca del settecento. Prima con “Critica Musica”, giornale a uscite mensili ma non costanti, fondato e diretto dal teorico e compositore Johann Mattheson, poi con quelle che possono considerarsi le prime riviste musicali: “Allgemeine Musikalische Zeitung” (dal 1798) e “Neue Zeitschrift für Musik” che, fondata nel 1834, annovera quale suo primo direttore niente meno che Robert Schumann. Solo più tardi la critica musicale entrerà nell’informazione “ordinaria” (cioè nei quotidiani). In Italia accadrà lo stesso, qualche decennio dopo. Le prime riviste culturali e musicali nascono a metà Ottocento, mentre si può far coincidere l’ingresso della critica musicale nei quotidiani con la nascita della “terza pagina”, dunque nei primi anni del secolo scorso.
 
Quali sono gli strumenti che un critico musicale deve possedere per scrivere?
 
Al netto della capacità di usare le parole, ineludibile per chiunque si occupi di comunicazione, le doti specifiche di un critico musicale devono essere tre: competenza tecnica (conoscenza della storia della musica, della teoria e della tecnica musicali); orecchio musicale (quindi la sensibilità di cogliere le sfumature di un brano e di comprenderne la complessità al solo ascolto anche senza l’ausilio di strumenti tecnici); abilità comunicativa (che non significa soltanto saper parlare o scrivere in italiano – ci mancherebbe! –, bensì saper tradurre in termini comprensibili ciò che si presenta in una forma oscura).
 
È difficile “comunicare” la musica alla “platea” dei lettori?
 
Sì, perché il lavoro del critico musicale è quello non solo di un interprete (come avviene nel caso tutte le forme d’arte) ma anche di un traduttore. Chi si occupa di musica è chiamato a rendere in termini verbali ciò che è espresso con i suoni. Come parlare di una sinfonia, di un quartetto, di un brano che fa ricorso eminentemente a un linguaggio sonoro? Questa è la missione del critico musicale.
 
Quanto è cambiata la professione con Internet?
 
Non molto in termini di linguaggi: la forma di espressione preferita rimane la scrittura (sono poche le recensioni on-line che fanno ricorso all’audiovisivo). Moltissimo è cambiato invece in termini di possibilità di espressione e di accesso alle informazioni. I vantaggi di Internet li conosciamo tutti, ma l’apertura totale alla possibilità di dire la propria ha comportato anche dei problemi. Primo fra tutti la perdita di autorevolezza da parte del critico che vede la sua opinione, costruita – come si è detto – a partire da un complesso di studi e capacità, diluita e confusa in mezzo a quelle di tante altre, improvvisamente emerse grazie alla democraticità della rete. Di certo il Web non fa la selezione dei critici come invece fanno le testate più autorevoli (chiunque apre un blog, non tutti scrivono su quotidiani blasonati), però bisognerebbe ricordarsi che libertà di espressione non significa necessità di espressione. Se chi vuole dire la sua, non riesce proprio a trattenersi e usa quindi i social network o la possibilità di lasciare commenti per sfogarsi, allora sta al lettore utilizzare il suo senso critico per orientarsi nella giunga delle opinioni, cercando di riconoscere un professionista dal critico improvvisato.
  
La critica musicale
Autore: Federico Capitoni
Editore: Carocci (2015), pag.112, Euro 12,00

 
Il critico musicale è soprattutto un giornalista. E lo è nella misura in cui scrive per i media, rivolgendosi a una vasta platea di destinatari, riuscendo a farsi leggere e a farsi capire. I primi esempi di un’attività costante e programmata risalgono all’inizio dell’Ottocento; e già allora molti critici hanno lasciato il segno: alcuni erano anche grandi compositori (Schumann, Berlioz, Debussy).
Nata prima su riviste specializzate, la critica musicale è poi approdata sui quotidiani, nel Novecento. Oggi, culturalmente e massmediaticamente, con l’avvento di Internet sta attraversando un periodo di trasformazione in cui è difficile fare previsioni sul suo futuro, come osserva l’Autore nell’introduzione.
Federico Capitoni scrive per la “la Repubblica”, per “Il Sole 24 Ore” e per le maggiori testate musicali italiane. Insegna Storia della musica al Conservatorio di Vibo Valentia.
 

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