Dossier Lsdi sui cronisti senza redazione

20/02/2005

(Tratto da "Giornalisti" Gennaio-Febbraio 2005)

Interventi legislativi per ampliare e rafforzare i livelli di protezione
sociale; un impegno forte per costringere gli editori - anche nel loro
interesse - a mettere a punto un quadro contrattuale (sul piano nazionale, ma
anche su quello territoriale o aziendale) più avanzato in termini di
reddito, di sicurezza del lavoro e diritti sindacali, di status
professionale; e, infine, una integrazione concreta e non solo simbolica
nelle strutture di rappresentanza, in tutti i livelli di articolazione, del
sindacato dei giornalisti.

Queste le linee di azione sul fronte del giornalismo freelance suggerite dal Dossier ''L' altra metà delle redazioni'', curato da Lsdi (Libertà di stampa/diritto all'informazione - www.lsdi.it), un gruppo di lavoro spontaneo nato nell'ambito della Fnsi con l'obiettivo di
raccogliere documentazione e stimolare riflessioni e analisi sul mondo del giornalismo e dell'informazione. Il dossier si articola intorno a un Rapporto sul lavoro freelance (''I giornalisti freelance nell'industria europea dei media''), realizzato per conto della Federazione europea dei giornalisti (EFJ) da Gerd Nies, un ricercatore tedesco, e Roberto Pedersini, docente di sociologia del lavoro alla facoltà di Scienze politiche dell'Università statale di Milano, integrato da vari documenti sul tema dell'espansione del lavoro autonomo e da alcune riflessioni dello stesso Pedersini e di Paolo Serventi Longhi.

In Europa tendenze comuni

Il dossier fa un quadro del lavoro freelance nei vari paesi europei, sia sul piano quantitativo - attraverso una serie di dati relativi alla consistenza del lavoro autonomo, alle dimensioni della sua crescita rispetto al lavoro dipendente, alle forbici di reddito e alle percentuali di sindacalizzazione - che sul piano dei livelli di protezione sociale e di
incidenza sindacale.
Ne esce un quadro che, pur nelle differenze - a volte piuttosto marcate, della situazione da paese a paese, mostra delle linee di tendenze comuni. La percentuale dei freelance rispetto al numero totale dei giornalisti, ad esempio, cresce quasi dovunque in maniera molto più netta rispetto alla crescita di tutto il lavoro autonomo rispetto a quello dipendente (tavole 2 e 3). Il reddito medio dei freelance è, tranne che nel Regno Unito, inferiore o fortemente inferiore - come in Italia - rispetto al reddito medio di tutti i giornalisti (tavola 4). Il tasso di sindacalizzazione è relativamente basso (tavola 5), oscillando fra il 3% dell'Estonia e il 57,1% dell'Ungheria. E sostanzialmente comune è il quadro di relativa debolezza delle garanzie professionali, economiche e previdenziali.

Fenomeno "allargato": regole inefficaci

Il mondo del giornalismo - è spiegato nel dossier - è sempre stato caratterizzato ''da un elevato livello di indipendenza, di autonomia e di competenze professionali: tutti tratti caratteristici di numerosi lavori realmente indipendenti. Il lavoro freelance è sempre esistito fra i giornalisti, anche se la sua importanza varia da un paese all'altro e se rappresenta solo una piccola parte della forza lavoro globale. Tuttavia, questa forma di relazione professionale non interessava che un numero limitato di giornalisti: generalmente quelli che avevano scelto di essere indipendenti e che possedevano una esperienza sufficiente per potersi fidare della loro capacità di ottenere migliori condizioni come freelance, piuttosto che come redattori a tempo pieno. Questo tipo di situazione è cambiata in quanto le imprese giornalistiche hanno finito per dipendere sempre di più dal giornalismo freelance e hanno messo in campo una strategia caratterizzata da una espansione mediatica transnazionale, una deverticalizzazione e
deconcentrazione societarie e un alleggerimento delle strutture organizzative per adattarsi a esigenze instabili e in continuo cambiamento. Così, se i contratti freelance si estendono a un numero crescente di lavoratori della stampa e a giornalisti che non presentano tutte le caratteristiche rilevate sopra - come ad esempio giovani che cominciano a lavorare come giornalisti o giornalisti più anziani espulsi in seguito a
processi di riorganizzazione -, nascono dei problemi per quanto riguarda il modo con cui si possa fornire alcune protezioni di base a questi lavoratori.

C'è da dire, inoltre, che la presenza tradizionale di lavoratori indipendenti nel giornalismo fornisce una forma contrattuale già definita, che può soddisfare la nuova propensione degli editori a privilegiare dei rapporti di lavoro non dipendenti. Questa configurazione funziona sia per delle ragioni di costi e di organizzazione, sia perché fornisce una soluzione relativamente accettabile da un punto di vista sociale e non esige l'introduzione di forme di impiego totalmente nuove che potrebbero essere percepite come troppo destabilizzanti per gli equilibri esistenti.

Diritti e protezioni per tutti

Insomma, freelance conviene, ma soprattutto agli editori, come conferma il dossier di Lsdi: "Non è l'esistenza del lavoro indipendente, ma la sua utilizzazione allargata e la sua applicazione a un ampio ventaglio di situazioni particolari che potrebbero rendere inefficaci le attuali regole in materia di lavoro e di protezione per i giornalisti. In un'attività così delicata come quella del giornalismo sono proprio la stabilità dei rapporti professionali e la stabilità economica che ne deriva che contribuiscono in modo significativo all'efficacia dell'indipendenza e dell'autonomia nell'esercizio di questa professione. È, quindi, importante garantire un quadro di regole che accordi a tutti i giornalisti, compresi i freelance, un insieme di diritti e di protezioni fondamentali''.

Pino Rea