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Giustizia e Comunicazione: magistrati e giornalisti a confronto

20/10/2015
Una tre giorni pensata per non nascondere le criticità tra “giustizia e comunicazione” ma per esplicitarle. Hanno risposto all’invito di Valerio Onida, presidente della Scuola Superiore della Magistratura, i numerosi relatori del corso svoltosi nei giorni scorsi a Roma, organizzato in collaborazione con il Consiglio Superiore della Magistratura e con il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Proprio il presidente dell’Ordine, Vincenzo Iacopino, dopo i saluti del vicepresidente del CSM, Luigi Legnini, ha evidenziato nel suo saluto come la categoria dei magistrati e quella dei giornalisti dovrebbero stabilmente lavorare insieme, nel rispetto reciproco dei ruoli, essendo custodi di diritti fondamentali dei cittadini in modo diverso.
Da Iacopino un invito  rivolto alla magistratura ad avere una maggiore attenzione verso le questioni spinose segnalate dalla categoria dei giornalisti - dalle denunce per lo sfruttamento del lavoro giornalistico o quelle per l’abuso della professione – rimaste inascoltate sui tavoli delle varie Procure della Repubblica d’Italia. E non sono mancate dal presidente Iacopino, critiche alle modifiche legislative proposte in tema di diffamazione e di intercettazioni, evidenziando il limite di un legislatore parlamentare spesso poco aggiornato rispetto ai cambiamenti in atto (“nella legge sulla diffamazione abbiamo fatto notare al presidente Grasso che si era fatto riferimento al Pretore disconoscendo che l’ufficio è stato abolito da anni”), preoccupato a disciplinare – e male ha aggiunto Iacopino – solo il contingente.
Nella tre giorni, tante sono state le voci del mondo del giornalismo e della magistratura che si sono confrontate sul modo di comunicare da una parte e di raccontare dall’altra i fatti di cronaca giudiziaria: dal direttore del Messaggero, Vimar Cusenza, all’avvocato generale della Corte di Cassazione, a Nello Rossi; dal procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, a Luigi Ferrarella del Corriere della Seta; da Giovanni Canzio, presidente della Corte d’appello di Milano, a Donatella Stasio de Il Sole 24 ore. Organizzati, nel pomeriggio, di giovedì, invece, tre distinti gruppi di lavoro divisi per tematica: “Diritto di informazione e diritto alla riservatezza” coordinato da Alberto Mittone, avvocato di Torino, e da Marco Lillo (Il fatto quotidiano);  “La rappresentazione mediatica della giustizia” con Eligio Resta, professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Roma Tre, e Giancarlo De Cataldo, giudice del Tribunale di Roma; “Informazione e opinioni: deontologia del magistrato e deontologia del giornalista” coordinato da Piergiorgio Morosini, presidente della VI Commissione del Consiglio superiore della magistratura, e Michele Partipilo (Consiglio nazionale dei giornalisti).
E se da una parte è emerso il limite della magistratura penale ad aprirsi, in assenza di una norma di legge, alla comunicazione specie di quelle misure per cui sia facile immaginare un clamore mediatico (perquisizioni, sequestri o arresti ad esempio) non appena realizzate, dall’altro lato la componente giornalistica ha evidenziato le difficoltà di “dosare” i rapporti con le fonti di giudiziaria, la fatica di consultare i documenti giudiziari anche a fronte di un’udienza pubblica e la necessità di una preparazione tecnica specifica per affrontare i casi di cronaca di giudiziaria, al fine di non trasformare la notizia stesse. E proprio l’infedeltà al fatto è stata la colpa maggiormente addebitata al mondo giornalistico dalla magistratura “rea”, a detta invece dei cronisti, nella maggior parte dei casi di saper comunicare solo attraverso il freddo linguaggio tecnico-giuridico.
A concludere i lavori della tre giorni, è stata organizzata una tavola rotonda dal titolo “Come si può migliorare la comunicazione sulla giustizia in Italia?” cui hanno partecipato - moderati da Valerio Onida - Ennio Amodio, professore ordinario dell’Università statale di Milano; Giovanni Legnini, vicepresidente del CSM; Rodolfo Sabelli, presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati; Giovanni Bianconi del Corriere della Sera; Stefano Rolando, docente dell’Università UILM di Milano.
 

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