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La scomparsa di Stefano Rodotà. L’Italia deve a lui quasi tutto del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali

25/07/2017
“La morte di Stefano Rodotà – proprio nel ventennale della Legge sulla privacy da lui fortemente voluta – è una perdita incolmabile, in particolare per l’Autorità che egli per primo ha presieduto e per la quale continua a rappresentare un punto di riferimento insostituibile”, così Antonello Soro (Presidente dell’Autorità garante per la privacy) ha commentato la scomparsa dell’illustre giurista, all’età di 84 anni, il 23 giugno scorso. “Il nostro Paese – e non solo – deve a lui molto, quasi tutto, di quel diritto fondamentale alla protezione dei dati personali, che – ha poi spiegato Soro – rappresenta sempre di più la garanzia di libertà nella società digitale”.
Rodotà era nato a Cosenza, ma si era trasferito a Roma durante gli anni dell’università, vivendovi gran parte della sua vita. Considerato già un importante giurista negli anni Settanta del secolo scorso, nel 1979 fu eletto alla Camera dei Deputati come indipendente, nelle liste del Partito Comunista Italiano. Fu successivamente rieletto deputato nel 1983, nel 1987 e nel 1992.
Nel 1997 fu scelto come primo “Garante della privacy”, cioè Presidente dell’allora neonata Agenzia per la protezione dei dati personali, incarico che ricoprì fino al 2005 (e che lo portò ad assumere analoghe responsabilità anche in Europa, sviluppando i suoi particolari interessi e competenze in quel settore). Proprio il suo lavoro di ricerca e di divulgazione sui diritti legati all’informazione e alla privacy, lo aveva reso particolarmente noto, coinvolgendolo in varie iniziative di informazione e di riforma delle leggi italiane in materia. Nei confronti del mondo di Internet, Rodotà ha implementato le sue idee sui media, in diversi ambiti: Internet Governance Forum dell’Onu, all’Unesco, al Parlamento europeo. Nell’ottobre 2014 ha presieduto la Commissione parlamentare “Internet, bill of rights”, incaricata di redigere i principi generali della comunicazione via Internet, come indirizzo per le leggi italiane in materia e come spunto nel dibattito internazionale.
I suoi contributi maggiori sono stati soprattutto in diritto privato e civile, con attenzione al rapporto tra i diritti costituzionali fondamentali e quelli relativi alle tecnologie dell’informazione, fino dagli anni della loro prima applicazione in Italia e nell’ambito della Pubblica Amministrazione. Diversi suoi studi sono stati focalizzati sul tema della privacy delle informazioni digitalizzate dei cittadini. In “Il mondo nella rete” (Laterza, 2014) Rodotà sottolinea la necessità di una “cittadinanza digitale” che tuteli il nostro accesso alla Rete, evidenziando alcune delle nuove realtà e dei problemi inesplorati che sono all’origine di tale rapporto: come il diritto all’oblio e alla cancellazione dei dati personali. Due i principali interrogativi che nel saggio Rodotà si pone: Il mondo del web può avere regole sebbene mobile, sconfinato e in continuo movimento? Dove trovare una sua “costituzione”?
A Roma è stato ordinario di Diritto civile e dove gli è stato conferito il titolo di “Professore emerito”.  Ha insegnato anche in prestigiose università in Europa, in Nord e Sud America e in India.
In campo editoriale ha diretto: “Il diritto dell’agricoltura”, “Politica del diritto” e “Rivista critica del diritto privato”. Ha collaborato a diversi giornali e periodici: “Laboratorio politico”, “Il Mondo”, “Nord e Sud”, “Il Giorno”, “Panorama”, “il manifesto”, “l’Unità”, “la Repubblica”.
 

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