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LA STRAGE DI NEWTOWN E IL DOVERE DI UNA INFORMAZIONE CORRETTA

21/12/2012
Giorni fa, una strage di bambini – non la prima, non l’ultima – lascia senza parole per la sua crudeltà senza senso. Ci spinge a interrogarci ancora sulla natura umana, a trattenere nostro figlio fra le nostre braccia qualche secondo ancora prima di vederlo allontanarsi per entrare a scuola. È un pensiero che non ci da pace, e da qualunque prospettiva la si guardi, non si riesce a trovare risposte.
A lato di questa tragedia così grande, è avvenuto un altro dramma, invisibile per la maggior parte della gente: l’assassino è stato definito autistico. Autistico. Non: maschio, bianco, giovane, in possesso di armi che la maggior parte di noi non ha avuto mai nemmeno l’opportunità di vedere da lontano, ma: autistico.
Per chi vive e per chi lavora da tutta la vita con l’autismo, anche questa è stata una tragedia. Che il pudore ci spinge a tenere in secondo piano per il rispetto di quella dei sopravvissuti.
Ma è una vergogna che il nostro cuore non perdona.
Abbiamo passato anni a costruire, mattone su mattone, parola su parola, dentro noi stessi e nella società, una immagine dell’autismo che si allontanasse dagli stereotipi dell’antiscienza. E adesso qualche dio distratto, con pochi titoli sui giornali, con qualche articolo on line, mal tradotto e rimbalzato da un sito all’altro, ha distrutto il lavoro di anni e di centinaia di persone.
Noi piangiamo oggi anche di fronte a queste macerie.
Era la casa per i nostri bambini. Era l’assicurazione per il loro futuro. Era la speranza di un mondo che li avrebbe accolti, o anche solo tollerati, diversi fra i diversi.
Non posso dire qui chi sono le persone autistiche, perché l’autismo è materia complessa, e di solito la gente non ha tempo di fermarsi a capire. Basta un secondo di più, e chi legge passerà oltre. Posso anche comprendere perché questo venga fatto, da chi crede che quella condizione non lo riguardi, e mai lo riguarderà.
Ma non giustifico i giornalisti che hanno scritto “autistico” nei loro pezzi, perché forse lo ha detto una conoscente del ragazzo, perché forse un medico sconosciuto lo ha diagnosticato. O forse, banalmente, perché dire “maschio bianco giovane” fa troppo vicino di casa, mentre dire “autistico” aiuta a respirare meglio, a pensare: “quindi a me non succede”.
Tutti rassicurati, quindi. Tranne noi. Tranne i nostri ragazzi. Molti di loro leggono i giornali, usano un computer, ascoltano un telegiornale. Tutti, sentono gli sguardi degli altri su di loro: di rimprovero, di indulgenza, di affetto, ma quasi mai di comprensione autentica per la loro diversità. A quegli sguardi si è aggiunto da qualche giorno un nuovo dubbio: “che siano potenziali assassini?”.
Scrivo per tranquillizzare i pochi che leggeranno: non sono loro, gli assassini. “Pianificare stragi” non fa parte delle caratteristiche dell’autismo. I nostri bambini, ragazzi, adulti, sono più spesso vittime che aggressori. Sono vittime dell’ignoranza, che li condanna spesso a una mancata scolarizzazione in un Paese che si fregia di una teorica integrazione scolastica, ma sono vittime anche di aggressioni vere: derisione e botte, per intenderci.
Come faremo domani a spiegare ai nostri ragazzi che vanno bene così, che sono diversi ma non inferiori? Come faremo a convincere i loro genitori a “non piangere per loro, ma a fare qualcosa perché ci sia un posto per loro in questo mondo”? (queste parole sono state scritte da una persona autistica, Jim Sinclair, nel 1993).
Come faremo a infondere l’orgoglio per quello che si è, o almeno la serena accettazione delle proprie caratteristiche, né giuste né sbagliate, né migliori né peggiori…?
C’è tristezza e rabbia, per questo, ma solo nella “comunità dell’autismo”. Se i giornalisti avessero sottolineato in prima pagina la razza, la religione o la provenienza geografica dell’assassino - anche specificando che tale informazione può predire il rischio di fare una stage quanto il fatto che qualcuno porta 38 di scarpe, che è biondo o bruno, o che a colazione ha mangiato una ciambella - non avremmo dovuto neppure parlarne: la “società civile” sarebbe “insorta”.
Ma la società civile tace. Qualche testata ha espunto il termine “autismo”. Qualche smentita è stata pubblicata. Il resto è silenzio, e questo non ci aiuterà a ricostruire la nostra casa.
Si, potremmo intraprendere una class action. Ci stiamo pensando. È faticoso.
Personalmente, pensarci mi affatica, come sempre quando si deve pretendere di essere rispettati per un diritto.
Cosa vorrei? Vorrei che i giornalisti, come categoria, e le testate (cartacee, on line, televisive, radiofoniche) facessero ammenda “spontaneamente”. Che dedicassero ai nostri ragazzi – alla corretta informazione su di loro: a quella che viene dal mondo della scienza, dai genitori, e dalle persone autistiche stesse – lo stesso spazio che hanno usato per produrre questo danno.
Vorrei che le preziose pagine pubblicitarie, i banner sui siti, gli spot in televisione e in radio, ci garantissero la replica. Sarebbe un bel gesto, in un momento in cui tutti siamo un po’ arrabbiati per qualcosa, in un momento in cui il giornalismo non ci fa una bellissima figura, in un momento in cui ci piacerebbe credere di avere ancora delle opportunità. Sarebbe un bel gesto, se avvenisse senza troppe condizioni, senza interviste all’amico dell’amico, senza nessun “mettiamo questa parola, che fa più presa, che si capisce di più”. Se venisse fatto con le parole giuste: non sempre quello che è corretto è anche facile da capire (e neppure difficile o spettacolare … ). Le parole sono importanti. Almeno per noi. Dovrebbero esserlo anche per i giornalisti.
Flavia Caretto
Presidente Associazione Culturale CulturAutismo

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