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Seveso, quelli della Diossina

06/04/2017

 

Il disastro ambientale più grave della storia d’Italia. Un libro ne approfondisce
lo scenario del tempo. Ma anche l’idea di una rappresentazione teatrale
“Ci volle del tempo, parecchio tempo. Poi, pagina dopo pagina, il libro comincio’ a prendere la forma di tanti scatti in un’unica fotografia, uno scatto per ogni paragrafo, un paragrafo per ogni vicenda personale o collettiva, in cui la storia diventatva di volta in volta croncaca, racconto, testimonianza”. Queste le parole del giornalista del Corriere della Sera Diego Colombo nell’introduzione del suo libro ‘Quelli della Diossina’, una ricostruzione della tragedia di Seveso basata su documenti dell’epoca, per non dimenticare il piu’ grave danno ecologico avvenuto in Italia e le sue vittime.
 
10 luglio 1976. La fuoriuscita di una nube di diossina dall’azienda chimica ICMESA tra Seveso e Meda causò il più grave disastro ambientale nella storia d'Italia. Un’emergenza che coinvolse tutta la Brianza e la zona Pedemontana. Tanto che successivamente l’Unione Europea tento’ una politica comune per eludere e far fronte ai grandi rischi industriali: nel 1982 venne approvata la cosiddetta “direttiva Seveso”, imponendo il censimento delle industrie a rischio con la definizione di appositi piani di emergenza.
 
Ma da dove partì tutto? Dall’Icmesa, un’industria chimica con sede a Meda (a cavallo con Seveso) che lavorava prodotti chimici e farmaceutici. Ai tempi, aveva già avuto delle divergenze coi Sindaci dei Comuni limitrofi e gli abitanti della zona a causa dei gas, degli odori, degli scarichi e dell’inquinamento delle falde acquifere, di cui in molti ritenevano responsabile proprio la fabbrica.
Quel fatale 10 luglio del 1976 era un sabato e in fabbrica era presente solo il personale addetto alla manutenzione. Durante il ciclo di lavorazione del triclorofenolo, un composto di base utilizzato per la produzione di diserbanti, la temperatura del reattore dell'impianto salì fino a 500 °C e cio’ provoco’ il superamento del limite entro cui il triclorofenolo si trasforma in un altro composto: il TCDD (o 2,3,7,8-tetracloro-dibenzo-para-diossina), la piu’ pericolosa delle diossine, più nota con l’appellativo di “diossina Seveso”.
 
Per impedire l'esplosione del reattore, le valvole di sicurezza si aprirono causando la fuoriuscita dei prodotti di reazione che si propagò in direzione Seveso, ma che si diffuse su un'ampia area intorno alla fabbrica. La notizia dell’accaduto fu data solo 17 luglio, circa una settimana dopo l’episodio, non si sapeva nulla di cosa si potesse trattare. Ma nei giorni successivi si raccolsero segnali inquietanti, che spinsero i sindaci di Seveso e di Meda a proibire l'accesso all'area immediatamente circostante alla fabbrica, vietare alla popolazione di toccare ortaggi, terra, erba e animali della zona delimitata e prescrivere la più scrupolosa igiene delle mani e dei vestiti.

Non una cosa da niente, dunque. Un vero e proprio caso di danno ambientale che si sarebbe poi inevitabilmente ripercosso su chi, in quelle zone, ci abitava. E con gravi conseguenze. Morie di animali e un crescente numero di casi di cloracne (una grave forma di dermatosi che puo’ comparire a seguito di esposizione a prodotti aromatici clorurati) furono il segnale piu’ evidente che indicava la tossicità della sostanza, tanto che l’area (zona A) fu cintata e inizio’ l’evacuazione dei residenti. La bonifica delle aree inquinate fu attuata solo a metà del 1977, con la creazione di due grandi vasche impermeabilizzate in cui negli anni successivi venne depositato il materiale inquinato. Tutto il resto è storia.
 
Tanto si è detto, scritto, visto e narrato su questa vicenda. Il libro rileva frammenti di vite sconvolte. Una storia che ha cercato di ripercorrere proprio l’autore, sottolineando non solo lo scenario dell’epoca, ma soffermandosi anche su alcuni aspetti piu’ critici. Vediamo come.
 
- Diego, questa storia ti ha incuriosito quasi ‘per caso’, come è nata l’idea del libro?
Si può dire che il libro è nato giorno per giorno durante i 15 anni “trascorsi” a Seveso come corrispondente del Corriere della Sera. A quella vicenda mi sono affezionato attraverso gli uomini e le donne che l’hanno vissuta e che ho incontrato nel mio lavoro. Al punto che a distanza di anni mi sono convinto che quel libro andava scritto: lo dovevo a tutti quelli che erano stati travolti da quel dramma.
 
- Il libro tocca anche una tematica che ancora oggi provoca numerose polemiche: l’aborto terapeutico. Nel 1976 era vietato, ma fu autorizzato per le gestanti esposte alla diossina con un decreto del governo di Giulio Andreotti. Iniziativa che provocò un ampio dibattito sull’interruzione di gravidanza in cui intervennero direttamente la Chiesa e diversi giornali cattolici e di destra. Ce ne parli?
L’aborto divise le comunità di Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio tra i cattolici che lo avversarono e la sinistra che lo riteneva necessario per evitare la nascita di mostri. Si esagerò da una parte e dall’altra, con accuse reciproche e fratture che non si sanarono neppure a distanza di tempo. Per correttezza va detto che i feti dei 37 aborti effettuati alla Mangiagalli di Milano (35) e all’ospedale di Desio (2) risultarono sani. Tuttavia nel 1977 si ebbero 35 casi di bimbi nati con gravi malformazioni e nel 1978 furono addirittura 53, quando fino al 1976 la media era di 4 casi all’anno. Due anni dopo il disastro aumentò di molto anche il numero di bimbi morti prima del parto. Segno che la diossina colpiva a distanza di tempo.
 
- Il 17 luglio  di quell’anno, esattamente una settimana dopo l’evento, uscì il primo articolo sulla stampa che spiegava l’accaduto. Sicuramente oggi i tempi della notizia sarebbero diversi. Quali sono state le criticità più importanti, secondo te?
Me lo sono chiesto anch’io ma non sono riuscito a trovare una spiegazione plausibile. Certo, oggi non sarebbe possibile nascondere per sette giorni la fuoriuscita di una nube tossica che ha colpito quattro Comuni,  uccidendo piante e animali e terrorizzando migliaia di persone. Se anche arrivarono tardi, va però detto che giornali e tivù contribuirono a tenere alta per anni l’attenzione su un evento che i responsabili della fabbrica chimica fecero di tutto per occultare.
 
- Nel paragrafo denominato ‘La diossinata’ racconti che ogni ospedale aveva l’obbligo di segnalare subito alle autorità sanitarie regionali il ricovero di persone che provenivano da zone colpite dalla diossina. Ma la norma fu del tutto ignorata. Come mai, a tuo modo di vedere?
Le autorità politiche e sanitarie tendevano a sdrammatizzare il più possibile la situazione. Ma anche tra la popolazione c’era chi sosteneva che il disastro di Seveso fosse stato volutamente esagerato. Non mi stupisce quindi che non tutti fecero la loro parte in quei giorni drammatici.
 
- Nel tuo libro c’è la scelta di affidarsi solo a fonti scritte di quegli anni (giornali, settimanali, riviste, comunicati stampa, relazioni, delibere, libri) “per evitare il filtro della memoria”. Ci spieghi e contestualizzi questa tua espressione?
Il tempo inganna e ci fa leggere con gli occhi di oggi quel che è successo nel passato. Io volevo, invece, riprodurre il più fedelmente possibile quel che giorno dopo giorno è avvenuto nei Comuni colpiti dalla nube tossica a partire dal 10 luglio del ’76. Per questo ho evitato le fonti orali e mi sono basato esclusivamente su giornali, diari, manifesti, volantini… Mi sembrava allora – e lo rifarei oggi – il modo migliore per raccontare in presa diretta quel che è accaduto.
 
- Quale è stato il passaggio più complicato da raccontare dal punto di vista umano?
L’aborto. Volevo essere il più oggettivo possibile, spiegando le posizioni di chi era contrario e di chi non lo era. Non so se ci sono riuscito: di certo, ce l’ho messa tutta.
 
- A distanza di più di quarant’anni dal disastro, oggi quale è la Seveso da raccontare?
Quella di chi ha avuto la forza e il coraggio di ricominciare a credere che la vita a Seveso, Meda, Desio e Cesano Maderno non è finita il 10 luglio 1976. Senza dimenticare, tuttavia, quel che scrisse il direttore della rivista “Sapere”, Giulio Maccacaro, e che fu pubblicato nel febbraio del 1977, un mese dopo la sua morte: “I fatti di Seveso sono scritti solo in parte nel passato, ma dovremo leggerne ben altri nel futuro”.
 
Ma non solo libri e documenti scritti. C’è anche chi ha realizzato un’altra idea, quella di un'inchiesta documentata che ricostruisce ruoli, responsabilità e scenari che si celano dietro la tragedia dell'Icmesa e che, oggi, vengono ripresentati dal progetto dell'Autostrada Pedemontana. Ecco come il giornalista Max Vergani ha così deciso di mettere in scena lo spettacolo "Diossina 2.0 – Seveso, dall’Icmesa alla Pedemontana", un progetto civile, un monologo drammatico e al contempo stuzzicante. Una storia in cui, tutto è realmente accaduto.
Questo spettacolo non vuole essere l’ennesima rappresentazione del disastro del 1976, ma una narrazione “dietro le quinte” di una vicenda tornata in auge con il progetto della Pedemontana, l’autostrada lombarda il cui tracciato dovrebbe passare proprio sul territorio contaminato dalla diossina. Molto è stato detto sul disastro dell’Icmesa, forse non tutto. Vergani ha messo in fila, in modo semplice, “raccontabile”, i tanti pezzi di un puzzle che trasferiscono una verità molto più oscura e inquietante di quella che è passata attraverso i mezzi di informazione.
 
- Tu vieni dal giornalismo, ma da sempre sei appassionato di teatro. Cosa ti ha scaturito l’idea di mettere in scena un ‘monologo civile’ che ripercorresse la vicenda in maniera del tutto originale?
Di fatto, si è trattato di applicare il linguaggio del teatro al “metodo” dell’inchiesta giornalistica. Una commistione sulla quale ho molto lavorato e che mi permette di rendere molto fruibili e dirette anche storie assai complicate, come quella della diossina. In più, la storia della diossina è sempre stata dentro di me (abitavo nell’area C, o di Rispetto, quando è successo il disastro): con il passare degli anni mi sono reso conto che molta gente aveva dimenticato o non conosceva per nulla i fatti. E’ diventata un’esigenza insopprimibile approfondire e tornare a raccontare quella storia, a teatro, e in un piccolo libro.
 
- Nel tuo lavoro ti sei confrontato con avvocati e medici. Quali sono state le conclusioni che ne hai tratto? Sono riusciti a ricostruire un quadro veritiero del tempo?
E, in più, periti chimici, specialisti nello studio dei tumori, studiosi di statistica, geologi, e tanti altri ancora. Nonostante la molta letteratura sulla materia, i processi e quant’altro, credo che non siano ancora state rivelate tutte le verità che circondano questa brutta storia. Di certo, si sa che quello a cui lavorava l’Icmesa nei fine settimana non era una produzione legale, ma materiale che poi veniva utilizzato per comporre le armi chimiche utilizzate dagli eserciti. Ed è chiaro che quella produzione “sporca” si potesse fare solo in Italia e solo nella fabbrica di Meda, in quegli anni. Ciò perché i comportamenti delle autorità di vigilanza e di controllo italiane lo consentivano. Un interrogativo che non ha risposte neppure oggi: si trattava di semplice lassismo, o le nostre autorità erano costrette ad accettare di lasciar produrre materiali per armi chimiche? Credo che tutta la verità su quegli anni non si saprà mai.
 
- Tu hai un progetto, quello di portare ‘Diossina 2.0’ nelle scuole. I ragazzi ne sanno poco non e anche gli adulti spesso hanno una percezione distorta. La colpa è da attribuire a come fu gestita l’informazione ai tempi o altro?
L’atteggiamento dominante negli italiani è il volterriano “coltiviamo il nostro giardino”. Chi ne è fuori, chi è lontano, difficilmente si preoccupa. Il problema non li riguarda. Ed è un grande errore, soprattutto in una storia come questa e con una sostanza come la diossina, che ha tempi di decadenza lunghissimi. In più, ci si è messo anche l’atteggiamento minimizzante delle autorità: “la diossina non c’è più”, “la diossina non è un pericolo per la salute”. Tutte balle, come hanno dimostrato studi scientifici recenti. Perciò è bene che se ne parli: nelle scuole e nelle situazioni più varie. Che almeno l’informazione circoli.
 
- Perché hai deciso di ricollegare proprio ora il tema ‘diossina’ con quello dell’autostrada ‘Pedemontana’?
Non l’ho fatto io. Io l’ho solo raccontato nella maniera più documentata possibile. Il guaio lo ha fatto la Regione Lombardia approvando il progetto per l’Autostrada Pedemontana con un tracciato che prevede il passaggio sulle aree del disastro del 1976. Un progetto illogico, dannoso, che però si vuole pervicacemente portare avanti nonostante le enormi difficoltà progettuali, la mancanza di denari, un’opinione pubblica contraria e il rischio salute, conclamato anche dalle ultime indagini effettuate sui territori in questione. Date le premesse, io ho pensato che non si poteva più tacere.
 
- Quanto è importante il ruolo della comunicazione in tutta questa vicenda?
E’ fondamentale. Lo è stato allora perché ha costretto sia l’azienda che le autorità ad affrontare la situazione. Dopo il disastro, la prima strategia della proprietà Icmesa fu quella di tacere, ma non poté durare a lungo. Lo è oggi, perché, sempre sottacendo o minimizzando, si continua a cercare di far passare un’autostrada su territori già martoriati quarant’anni fa. Il ruolo della comunicazione, che per definizione deve essere deontologicamente corretta, è quello di continuare a raccontare i fatti, a spiegare che la diossina si trova ancora nel sottosuolo della Brianza milanese, che rimestare quel terreno è costoso e pericoloso. Ed è esattamente ciò che ho fatto con “Diossina 2.0”.
 

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