La campagna scatenata da Google su tutti i giornali in Europa per la modifica della legge comunitaria sul copyright ha l’aggravante, oltre alla brutale pressione che esercita sugli editori, di cogliere un aspetto oggettivamente debole di quella legge.
Avere anche ragione per chi vuole usare l’occasionale giustezza delle sue osservazioni per ribadire un potere coercitivo è davvero insopportabile.
La legge che disciplina l’accesso ai contenuti della stampa è infatti inadeguata e del tutto datata. In una civiltà basata sulla circolarità dei contenuti e sull’accesso molteplice e immediato di ogni cittadino ad ogni notizia, requisito ormai essenziale per esercitare la propria cittadinanza, limitare e commercializzare quest’accesso è del tutto anti storico.
Capisco bene le ragioni che hanno portato editori e autori a strappare una norma che possa ridurre il continuo saccheggio di opere e produzioni intellettuali da parte di pochi monopolisti, che trasformano la libertà di accesso in un mercato oligopolistico che impone gabelle e pedaggi ad ogni respiro . Come spiegava un grande pedagogo all’inizio dell’Ottocento, J.B.Lacordaire: fra un forte e un debole la legge libera e la libertà opprime.
Siamo esattamente in quelle condizioni: il 75 % della pubblicità digitale è oggi bottino di soli 3 soggetti globali che nulla hanno a che fare con il mercato editoriale professionale. Il 87 % di ogni query, ossia ricerca on line, viene oggi canalizzata dallo stesso Google. Non è monopolio ma vera e propria dittatura di un solo algoritmo. Un algoritmo che proprio Google stesso ci fa intendere nella sua minacciosa pagina di pubblicità editoriale che ormai incombe quasi ogni giorno sui quotidiani, è in grado di mutare la sua griglia selettiva, autorizzando o inibendo l’accesso a intere filiere di informazioni. Dunque questa dittatura va contenuta e risolta, come giustamente sollecita il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna, in quella che al momento è l’unica reazione del mondo del giornalismo quell’irruzione arrogante di Google.
Ma proprio perché siamo in presenza di un cambio radicale di paradigma sociale e culturale nel sistema dell’informazione , non credo che possiamo arroccarci nelle vecchie formule di tutela del copyright. Google ha ragione quando afferma che la circolarità dei contenuti prevale sulla titolarità degli stessi contenuti, per cui assicurare il libero accesso ad ogni informazione è ormai un vero e proprio servizio pubblico, ancora di più: è una pretesa sociale. Ma questa circolarità deve riguardare tutti i contenuti: gli articoli dei giornali, le notizie delle agenzie, le opere audiovisive e musicali, ma anche gli algoritmi e le API delle piattaforme. Tutta la catena del valore della comunicazione, nella società della comunicazione, deve essere parimenti accessibile. Dunque solo un’ipocrisia proprietaria permette a Google di mistificare la domanda di libertà, limitandola solo all’oggetto del sistema dell’informazione che sono appunto le notizie. ben più rilevante è il soggetto di questo mondo che oggi sono i sistemi intelligenti che muovono, selezionano, indicizzano, profilano e archiviano tutti i contenuti dell’umanità. Dunque farebbero bene i cittadini, i produttori, le imprese e soprattutto i giornalisti a prendere in parola Google: dobbiamo garantire la piena libertà di accesso e il totale pluralismo di tutte le informazioni, a cominciare dai sistemi cognitivi che le pre organizzano, rendendole fruibili, quali sono gli algoritmi e i meccanismi di impaginazione delle piattaforme. Per questo sarebbe civile e trasparente introdurre un principio di reciprocità: chi copia e fa circolare contenuti, traendone per altro profitto inimmaginabili, deve rendere accessibile e disponibile per i titolari dei quei contenuti i propri algoritmi e le proprie piattaforme m, per poterli riprogrammare ed innescare nuovi modelli di servizi. Google accetta questa sfida: libertà e pluralismo per tutti i linguaggi dell’informazione, dagli algoritmi alle news ? Sono in grado di lavorare realmente in una logica di competizione, senza lucrare, come fanno ora, sulla rendita di posizione che gli è garantita dal predominio sulla potenza di calcolo primaria ? Sono disponibili ad essere partner e non padroni dei nuovi linguaggi della comunicazione, senza sfruttare la loro disponibilità economica, frutto anche di un gigantesco sistema di evasione fiscale, per comprarsi la compiacenza di giornali e autori con finanziamenti e inserzioni abbondanti e mirate ?
Sono queste le domande che pone l’Ordine dei giornalisti con la dichiarazione del presidente e soprattutto con il progetto di un centro di ricerca sull’etica del calcolo. Google sappia che ci ha convinto: il giornalismo non è più solo letteratura dell’informazione, ma è diventato innanzitutto ingegneria dei sistemi di diffusione e selezione delle notizie. Su quel terreno non siamo più disposti a concedere deleghe in bianco. Così come siamo stati , e continuiamo , ad essere, come ha  rappresentato la copertina di fine anno di Time, guardiani nei confronti degli abusi del potere politico ed economico, saremo altrettanto solleciti  sorvegliare e misurare la trasparenza e le finalità dei sistemi digitali. Algoritmo per algoritmo. E’ la stampa bellezza.

di Michele Mezza