Buongiorno a tutte e a tutti.

Grazie signor presidente del Consiglio per la sua presenza qui. Grazie per aver accolto l’invito del Cnog che annualmente organizza questo incontro insieme all’associazione stampa parlamentare, che proprio nel 2018 con Marco Di Fonzo alla guida, ha compiuto un secolo di vita. Prima delle domande dei colleghi nell’introdurla, signor Presidente, tocca a chi le parla fare il punto sullo stato dell’informazione e nell’adempiere a questo compito torna utile recuperare la disponibilità che Ella diede sostanzialmente presentandosi al Paese: quella di essere l’avvocato del popolo italiano. Anche chi le parla, per un breve periodo in gioventù ha patrocinato cause ed oggi, in qualche modo, continua a farlo con un incarico di rappresentanza che però non è solo dei giornalisti, ancorché siano loro ad avere la responsabilità di averlo scelto. Riteniamo un po’ tutti, e con questa forte convinzione ci siamo mossi nel definire linee di riforma della professione, di dover concretizzare il diritto del cittadino ad essere correttamente informato come esige nel suo rovescio passivo l’articolo 21 della Costituzione.

Qui la nostra preoccupazione è forte per un possibile spread della libertà di stampa fra il nostro Paese e gli altri europei, ma anche non continentali di tradizione democratica. Lo dico premettendo che molti temi sono annosi e mai risolti e pertanto non rientrano certo in azioni o significative omissioni del governo che Ella presiede. E tuttavia…., ha visto che effetto fa una voce che all’improvviso non c’è più? Col taglio del sostegno all’editoria così potrebbe accadere nella programmazione di Radio Radicale. Appena sette secondi sono stato in silenzio. Sette, un numero biblico in omaggio alla storia di Avvenire, ma col pensiero rivolto anche ai colleghi del Manifesto e di tanti altri giornali tra cui molti gestiti in cooperativa o del settore no profit oppure di minoranze linguistiche come Primorski in lingua slovena.

Diversità e differenze, si chiama pluralismo, valore che come ci ha detto appena la settimana scorsa il Presidente Mattarella: “sostiene l’intero impianto della Costituzione in conseguenza della scelta di porre la persona, ogni persona, al centro dell’azione dello Stato in tutte le sue articolazioni. Ecco perché auspichiamo ad un ripensamento, ecco perché approfittando della disponibilità che diede di avvocato del popolo italiano, le chiediamo di patrocinare in particolare quel punto del bellissimo pentalogo del pluralismo tratteggiato dal Capo dello Stato che riguarda i temi oggetto della nostra rappresentanza. Il mandato che quel pezzo di popolo italiano costituito dalla comunità del giornalismo vorrebbe lei accettasse è quello di adoperarsi perché si realizzi al meglio il pluralismo e cito ancora Mattarella: “pluralismo nella libertà riconosciuta al mondo dell’informazione e alla molteplici voci che ne costituiscono espressione; da salvaguardare perché rappresentano un presidio irrinunciabile dello Stato democratico”.

Noi naturalmente faremo la nostra parte, consapevoli di dover essere cani da guardia della democrazia, non solo stando coi governati rispetto ai tradizionali poteri politico ed economico, ma convinti di dover vigilare anche nei confronti dell’emerso potere degli over the top, i proprietari delle grandi piattaforme digitali; è questo un nostro nuovo doveroso compito. Senza soddisfazione devo osservare che quanto denunciammo proprio in sede di conferenza di fine anno del Premier, alla presenza dell’allora presidente Paolo Gentiloni, si è clamorosamente confermato. Sono evidenti, la concentrazione del potere di calcolo in poche mani, l’esclusione delle figure professionali dell’informazione dallo sviluppo etico e soprattutto l’assoluta discrezionalità speculativa dei vertici delle grandi piattaforme di connettività che sta imbarbarendo il quadro sociale, culturale e anche politico dell’intero pianeta, perché è chiaro che stiamo parlando di una questione sovranazionale su cui l’ordine dei giornalisti italiano ha posto da tempo attenzione con un gruppo di lavoro dedicato che è in piena, e speriamo fruttuosa, attività. Noi vogliamo giocare questa partita con la certezza che questo mondo digitale continui ad offrire straordinarie opportunità all’emancipazione delle donne e degli uomini, ma proprio per questo non possiamo lasciare un’ occasione del genere al lavoro oscuro di pochi proprietari. Come scrivono sotto la loro testata i colleghi del Whashington Post: “democracy dies in the darkness”, la democrazia muore nell’oscurità, e noi vogliamo illuminare sempre fatti e questioni civili e sociali.

Le dicevo di temi annosi, su uno vorrei richiamare la sua attenzione anche di giurista. Le iniziative giudiziarie temerarie imbavagliano la libertà di stampa, costituiscono oggettiva compressione del diritto di informare e soprattutto di essere informati. Sono un’emergenza democratica. Nessuno teorizza il diritto all’insulto, ma quando è chiaro che la chiamata in giudizio attraverso citazione civile o querela penale, condizione di procedibilità dell’azione, ha il solo chiaro intento di fermare notizie tanto corrette quanto sgradite, chi si è così spregiudicatamente mosso, deve in qualche modo pagare pegno, esser sanzionato. Appena pochi giorni fa il Gip di Palermo su conforme richiesta del Pubblico Ministero, ha archiviato il procedimento a carico di un collega per il quale la denunciante aveva prospettato persino l’ipotesi di stalking per la pluralità di articoli che il giornalista stesso le aveva dedicato, tutti continenti e rispettosi del diritto di cronaca. Senza un grande editore alle spalle chi lo ripagherà per i costi di giudizio e di oltre due anni di ansie? E’ chiaro che chi è più in periferia o opera da free lance per piccole testate maggiormente soffre questo pressing minaccioso, ma la cartina di tornasole della partita che si gioca è ancora più evidente quando con le denunce si cerca di fermare anche nomi più noti. E’ il caso raccontato dai principali quotidiani che coinvolge Massimo Giletti per aver preso le difese delle donne disperate davanti alle vacche selvatiche che qualcuno faceva scorrazzare sui loro campi per distruggere il raccolto. Noi ovviamente siamo al fianco di Giletti, allo stesso modo in cui siamo vicini ai colleghi che pochi conoscono, affaticati spesso su vicende che non riguardano la cronaca di livello nazionale, quanto questioni locali, comunque importanti per quelle comunità. Lo facciamo anche chiedendo a chi ha voce più amplificata di farsi carico di chi ha meno audience, e lo facciamo chiedendo con forza un impegno legislativo. Qualcosa si è mosso in Senato ad opera di rappresentanti di maggioranza, ma occorre una forte volontà politica.

Vorremmo un giornalismo delle persone per le persone, non solo gli interventi di Mattarella ci affascinano, ma guardiamo con attenzione e anzi ci nutriamo anche di quelli di Papa Francesco, al di là di qualunque credo religioso, per quelli che ne sono i contenuti e l’autorità anche morale e culturale che riveste Bergoglio. Il riferimento a lui ci porta quasi naturalmente all’attenzione ai più deboli e ai più sfortunati. Da anni, anche chi mi ha preceduto, ha denunciato in questa sede lo sfruttamento della passione di chi vuol fare il giornalista. E’ immorale non riuscire a trovare soluzioni per chi è pagato due euro a pezzo, in un contesto sempre più precario anche per la trasformazione imponente che sta investendo il mondo dell’informazione. Abbiamo voluto riservare un posto qui nella sala polifunzionale della presidenza del consiglio per un collega del cdr di Askanews in assemblea permanente contro l’ipotesi di ricorso al concordato preventivo e la dichiarazione di 27 esuberi. Ma abbiamo cercato di fare la nostra parte pure elaborando e approvando a larga maggioranza nel nostro consiglio nazionale una proposta al legislatore per cambiare radicalmente l’accesso alla professione, senza barriere di alcun tipo ma stabilendo che per essere riconosciuto come giornalista non basta più l’esperienza sul campo come quando i giornali erano straordinarie navi scuole ma occorra una formazione universitaria adeguatamente mixata con i saperi della professione. In altri modi, ci sembrerebbe inopportuno consentire di entrare in questi anni di polverizzazione dell’offerta informativa a far parte dell’ordine del giornalismo, così vorremmo chiamarlo per evidenziare come in primo piano debba esserci la conoscenza per scelte consapevoli che dobbiamo recapitare ai cittadini.

In quello che intanto si chiama Ordine dei Giornalisti abbiamo voluto accogliere alla memoria due giovani entrambi ventinovenni, portatori di sogni e di passioni, sul punto di essere iscritti, ma scomparsi prima. L’uno per l’incuria e l’avidità, l’altro per l’odio che alcuni uomini purtroppo portano con sé. Fa piacere a chi le parla e a tutti coloro che hanno voluto quest’iniziativa, prima di consegnarli alle famiglie, mostrarle i tesserini speciali di Giovanni Battiloro, scomparso nel crollo del Ponte Morandi, e Antonio Megalizzi, assassinato a Strasburgo nei giorni scorsi. E’ un modo per celebrare la loro memoria e portare avanti i loro sogni, ma anche per concludere con una sguardo al futuro e augurale nei suoi confronti, senza dimenticare che il 2018 è stato caratterizzato da una tragedia senza precedenti per la quale in tanti ancora soffrono a Genova. Oltre che a Catania per gli accadimenti delle ultime ore, è alla città della Lanterna, e l’illuminare ci è caro, che i giornalisti italiani vogliono dedicare la loro particolare vicinanza, confidando che si farà di tutto affinché senza che sia possibile cancellare il dolore, la normalità torni al più presto.

Grazie presidente anche per l’attenzione nell’aver ascoltato queste riflessioni.