Autore: Luigi Zoja

Editore: Einaudi (2018), pag. 125, Euro 12,00

 

È una rassegna che anticipa il problema della post-verità, analizza la psicologia retrostante e offre strumenti per capirla.

La foto può essere profonda verità. Ma anche il tradimento della verità. Il momento più alto può corrispondere alla più profonda delle menzogne: in questi casi “le fotografie sono usate per mentire, anche quando sono vere”.

In questo saggio, l’Autore (psicoanalista, è stato Presidente dell’Associazione Internazionale di Psicologia Analitica) analizza come nel ventesimo secolo l’opinione pubblica sia stata condizionata da fotografie iconiche. Otto le immagini qui esaminate.

Le prime quattro sono foto di guerra che hanno deciso il mondo in cui viviamo. La prima è la “Morte di un miliziano” di Robert Capa del 5 settembre 1936; la seconda è quella dei soldati tedeschi che abbattono una barriera sul confine polacco, allo scoppio della Seconda guerra mondiale (1939); la terza è l’alzabandiera degli americani sul monte Suribachi (Isola di Iwo Jima) di Joe Rosenthal (1° gennaio 1945); l’ultima di Evgenij Chaldej che a Berlino, il 2 maggio 1945, fotografò un soldato dell’Armata russa mentre sventola bandiera sovietica dal tetto del Reichstag. Tutte sono diventate celebri per aver colto l’attimo in cui la storia sembra compiersi. Nessuno, però, ha davvero afferrato, scrive Zoja, un’azione nel suo svolgimento. In misura maggiore o minore, tutte sono state messe in scena quando quella si era già compiuta. Indipendentemente dal loro coraggio, i soggetti e il fotografo hanno così “rappresentato” l’eroismo.

Le altre quattro sono foto di bambini. La prima è quella di un bambino, nel ghetto di Varsavia, mentre alza le mani, minacciato dalle SS (maggio 1943); la seconda immortala un bambino e sua madre, con in mano del cibo, a Nagasaki, la mattina dopo il lancio della bomba atomica (10 agosto 1945); la terza è quella di un gruppo di bambini ustionati dal napalm, tra cui la piccola Kim Phúc, dopo un bombardamento dei sudvietnamiti, 8 giugno 1972; la quarta è di Kevin Carter del 1993 che ha questa didascalia: “L’avvoltoio e la bambina”. A commento di queste immagini, Zoja annota che anche se il contesto può in parte essere stato costruito, la loro essenza è genuina: proprio perché l’innocenza del bambino non può essere costruita dall’esterno, nessuno di loro sapeva cosa significasse venire fotografato.