A cura di Laura Trovellesi Cesana
 e Maria Annunziata Zegarelli

 

Il direttore responsabile che consente la pubblicazione di una notizia che credeva fosse vera (verità putativa) perché acquisita direttamente da un redattore della testata non viola la norma deontologica se ottempera prontamente all’obbligo di pubblicare la relativa rettifica

Il direttore responsabile non può non fidarsi di una notizia scritta da un suo redattore, essendo obbligo deontologico la verifica della veridicità delle notizie ma non certo di quelle acquisite da una fonte interna al giornale. Ciò premesso, se si ha contezza di aver pubblicato una notizia non veritiera, la stessa, anche in assenza di una richiesta formale di rettifica da parte dei soggetti direttamente coinvolti, deve essere rettificata. Nel caso analizzato, il direttore responsabile, in evidente buona fede, ha dato prova di aver prontamente rispettato l’obbligo. Va precisato che le violazioni contestate all’incolpato facevano riferimento sia al mancato rispetto della verità sostanziale dei fatti (art. 2 L. 69/1963) sia alla violazione dell’art. 9 del Testo Unico dei doveri del giornalista che stabilisce il dovere di controllare le informazioni ottenute per accertarne l’attendibilità e di rettificare, con tempestività e appropriato rilievo, le informazioni che, dopo la loro diffusione, si siano rivelate inesatte o errate. A tal proposito va sottolineato che si tratta di due norme solo apparentemente distinte perché a ben vedere, controllare l’informazione per accertarne l’attendibilità altro non è che verificare la verità sostanziale dei fatti. L’art. 9 citato, pertanto, contiene la regola cui all’art. 2, e specifica che il giornalista è tenuto a rettificare con tempestività l’informazione che, dopo la sua diffusione, si sia rivelata sbagliata. Ciò che la norma intende perseguire è, quindi, la pubblicazione di una notizia erronea perché scientemente non verificata o perché non controllata diligentemente ovvero utilizzando strumenti inidonei (fonti non attendibili) nonché il permanere di un’informazione rivelatasi falsa. Ad un esame attento della vicenda, il ricorrente non si è reso colpevole né dell’una (pubblicazione di notizia inesatta) né dell’altra violazione (non rettifica), sebbene la sola pubblicazione online della rettifica (la pubblicazione cartacea è avvenuta in forma corretta) sia stata il risultato di un “pasticcio” causato dal sistema editoriale informatico non imputabile al direttore responsabile che mai avrebbe autorizzato la pubblicazione di un articolo che assemblava capoversi di argomenti differenti. Peraltro la presentazione dell’esposto all’indirizzo del direttore responsabile del quotidiano era avvenuta a distanza di quasi 2 anni dal fatto al centro del procedimento.

C.D.N. 3 dicembre 2019, n. 35 – Vice Presidente Laura Trovellesi Cesana – Relatore Massimo Duranti. Accolto il ricorso avverso delibera del Consiglio di Disciplina Territoriale dell’Ordine della Lombardia (sanzione: avvertimento).

 

Dignità della persona. Il giornalista non può superare il limite della continenza espressiva usando un linguaggio volgare e offensivo nei confronti delle donne confondendo cronaca e convincimenti scaturiti da esperienze private

Il giornalista che dimostra di non distinguere la differenza tra cronaca e commento e che nel farlo offre ai lettori una ricostruzione dei fatti basata esclusivamente su convincimenti personali attinti da pregiudizi ingiustificabili, viola le norme deontologiche alla base dell’esercizio della professione. Nel caso analizzato, il giornalista, nel ricostruire i fatti di Firenze relativi allo stupro denunciato da due giovani americane vittime di due carabinieri, aveva adottato modalità espressive volgari e offensive nei confronti delle due donne in ragione della loro appartenenza al genere femminile e della loro nazionalità. Convincimenti personali che non hanno trovato fondamento se non nella personale scala valoriale dell’incolpato avvalorata peraltro da esperienze personali vissute in epoche lontane e riproposte ai lettori confondendo l’esposizione – per di più parziale dei fatti – con notizie attinte anche da altri media e comunque presenti nella rete, con illazioni e giudizi estremamente offensivi all’indirizzo delle denuncianti e in generale delle donne per canoni espressivi intrisi di stereotipi sessisti. Una modalità incompatibile con il bagaglio deontologico alla base della professione giornalistica esercitata in più violazioni del Testo Unico dei doveri del giornalista segnatamente all’art.1; art.2 commi a), b), f) e g); art.3 comma a); art.8 comma e); art. 9 commi d) e g); artt. 9 e 11 dell’Allegato al T.U. Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica.

C.D.N. 3 dicembre 2019, n. 36 – Vice Presidente e relatore Laura Trovellesi Cesana. Respinto il ricorso avverso la delibera del Consiglio di Disciplina Territoriale dell’Ordine della Toscana (sanzione: dodici mesi di sospensione).

 

Cronaca giudiziaria. Se la sintesi giornalistica è complessivamente coerente con quanto riferito dal teste in udienza non è ravvisabile una responsabilità deontologica (e neanche penale)

Un giornalista non può essere sanzionato se nello svolgimento del suo lavoro di cronista riporta testimonianze relative a fatti che coinvolgono direttamente o indirettamente terze persone. Se nell’articolo sono presenti verità sostanziale dei fatti, interesse pubblico della notizia e continenza espressiva, ossia le condizioni imposte dalla legge e dalla deontologia per il legittimo esercizio del diritto di cronaca, non si può ritenere violato l’art. 2 della legge professionale (“obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti”). Nel caso in esame un medico si era ritenuto danneggiato da un articolo in cui venivano riportate le dichiarazioni del figlio di un paziente che lamentava presunti maltrattamenti durante le cure (questo il titolo: “Mio padre lasciato a digiuno per 48 ore”, nel sommario: “Scotch alle caviglie”). Come si legge nel decreto del Gip con cui è stata archiviata la querela per diffamazione a mezzo stampa contro il giornalista, “il fatto non sussiste, non solo perché quanto riportato nell’articolo appare complessivamente coerente con quello che è stato l’esame del teste, ma soprattutto per la mancanza dell’elemento soggettivo del reato in questione, la cui prova non emerge da alcun elemento”. Pur non essendo il giudizio deontologico legato a quello penale, nel caso in esame, sia il giudizio penale che uello deontologico sono stati coincidenti nel ritenere che il cronista riportando dichiarazioni di un testimone che attribuivano al piano di cure facenti capo ad un medico la pratica della legatura delle caviglie, per non affaticare il paziente e non farlo dunque camminare, abbia descritto la verità sostanziale dei fatti anche se non era stato il medico direttamente ad applicare lo schotch ma altri che seguivano il suo protocollo.

C.D.N. 3 dicembre 2019, n. 37 – Vice Presidente Laura Trovellesi Cesana – Relatrice Laura Verlicchi. Accolto il ricorso avverso la delibera del Consiglio di Disciplina Territoriale dell’Ordine della Sardegna (annullata sanzione dell’avvertimento).

 

 

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