REPORT 2023

Un puzzle complicato

Antonio Rossano

Presidente non profit “Media Studies”
Coordinatore progetto “Osservatorio sul giornalismo digitale”

“[…] la complessità, connotata strutturalmente da proprietà emergenti – “non osservabili”, almeno inizialmente – e caratterizzata da una radicale interdipendenza e interconnessione delle “parti” (“oggetti” che sono sempre “relazioni”) che la costituiscono, è capace di generare e auto-organizzarsi. Irrefrenabilmente dinamica, irreversibile, imprevedibile, eterogenea e dissipativa nelle sue evoluzioni non lineari e caotiche; in grado di tenere insieme tensioni, processi, fenomeni, conflitti, ambivalenze, contraddizioni, paradossi, dimensioni apparentemente inconciliabili[1] […]. 

                                    Piero Dominici

La crisi sistemica del mondo dell’informazione che sta causando la disruption di un sistema editoriale, economico, comunicativo e sociale, non è questione semplicemente di individuare un modello di business innovativo o un formato nuovo per le notizie: è il prodotto di un sistema complesso dove forze di varia natura interagiscono tra di loro: economia, diritti, tecnologia, mercato, capitale, dinamiche sociali, politica, aspetti cognitivi e comportamentali.

L’ecosistema informativo dove il giornalista opera è paragonabile ad un grande puzzle all’interno del quale le tessere che lo compongono hanno una speciale caratteristica: cambiano continuamente forma, rendendo necessaria una continua revisione delle posizioni e dei collegamenti e l’aggiunta costante di nuovi elementi.

La questione dell’attenzione e della fiducia nel giornalismo

Il vero oro dell’economia dell’industria culturale e, nello specifico, dell’informazione digitale, è costituito dall’attenzione dei lettori, da cui consegue la necessità imprenditoriale di ottenere tale attenzione a tutti i costi.

Non è certamente una novità: da oltre 50 anni è ben noto il valore dell’attenzione come bene primario per l’industria culturale, più o meno da quando, a settembre del 1969, Herbert Simon (in seguito premio Nobel per l’economia) aprì la sua conferenza alla Johns Hopkins University, con un intervento dal titolo “La progettazione di organizzazioni in un mondo ricco di informazione”.

L’analisi di Simon delineava in prospettiva i possibili sviluppi del passaggio da una economia dell’abbondanza (di attenzione) ad una economia di scarsità e, viceversa, da un’abbondanza di informazioni ad una scarsa disponibilità di attenzione, come ricorda Mancini[2]: “[…] se nei primi anni della comunicazione di massa (più o meno per tutta la prima metà del Novecento) i mezzi e i messaggi in circolazione erano in numero ristretto, si era cioè in una situazione di scarsità, con poche fonti di comunicazione e con un universo simbolico non così affollato di messaggi come oggi, con il passare degli anni, soprattutto grazie all’innovazione tecnologica, il numero delle emittenti e il numero dei messaggi è aumentato in maniera portentosa, tanto che oggi si può appunto parlare di una situazione di abbondanza.”

La lentezza nell’adeguarsi e nel comprendere i cambiamenti del mondo dell’informazione, ha fatto sì che solo nell’ultimo decennio l’attenzione di editori e giornalisti si sia spostata da criteri organizzativi e di valutazione tipici della carta stampata a sistemi più adatti a cogliere e restituire valori indicativi dell’attenzione e del coinvolgimento dei lettori in ambiente digitale. Lentezza comprensibile da una parte (come immaginare di abbandonare un business che aveva sempre funzionato?) ma che ha costituito uno dei problemi principali problemi per l’evoluzione del giornalismo.

D’altra parte una ricerca eccessiva di attenzione, per i news media, può costituire uno dei problemi principali nella interpretazione della propria funzione all’interno di una società, come propone De Biase[3] ricordando McLuhan in una più ampia riflessione sul futuro della società: “Se l’ambiente mediatico attraverso il quale ci facciamo un’idea della realtà è totalmente dominato dalla competizione per l’attrazione di attenzione, non c’è narrazione ma soltanto una ripetizione di opinioni chiuse nel cerchio terribile della ricerca immediata di consenso: opinioni che non si confrontano con la realtà ma che cercano di circoscrivere una realtà a uso e consumo di chi le esprime. Se non c’è una storia ma soltanto una continua ripetizione, allora non c’è passato e dunque non c’è futuro.”

E l’attenzione a tutti i costi, spesso obiettivo di errate concezioni imprenditoriali, può costituire un un vero e proprio bias di cui tenere conto affinché non prevalga sull’interesse di fornire una informazione responsabile e trasparente. Ben noti taluni effetti di queste pratiche  ben rappresentati da fenomeni come il “click baiting” tale da ottenere effetti contrari e quindi allontanare il lettore in maniera sistematica o nella rappresentazione ripetitiva di una realtà negativa che genera fenomeni di allontanamento volontario dalle notizie come la “news avoidance[4], fenomeno amplificato negli ultimi anni dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina.

La necessità dell’industria dell’informazione di poter quindi riscontrare l’attenzione dei lettori ha determinato anche un sostanziale cambiamento nelle metriche per la valutazione dell’efficacia di un media in ambiente digitale, metriche che si sono pertanto spostate da un livello quantitativo (n° di copie vendute o numero di click e/o visitatori) ad un livello qualitativo che tende, nei limiti del possibile (si veda in questo documento l’analisi di Lelio Simi), a misurare l’attenzione del lettore, attraverso elementi quali il tempo di permanenza su una pagina o la quantità e la qualità delle interazioni che un blocco informativo può suscitare. In questo quadro la notizia, come unità informativa, ha perso gran parte del suo valore, è divenuta una “commodities”.

Resta quindi, anche in questa dimensione, una delle problematiche ben conosciute per il giornalismo ed i giornalisti: trovare un equilibrio tra la propria funzione sociale, così come evidenziata in tutte le Carte internazionali, europee e nella nostra costituzione e le spinte di un’economia di mercato che, inevitabilmente colloca le news nel più ampio scenario dell’industria culturale, soggetta a dinamiche economiche e politiche talvolta prevalenti.

Come sappiamo, spesso la forza di queste dinamiche economiche e quindi politiche è soverchiante rispetto alla deontologia ed all’etica professionale e questo elemento, evidente anche nel contesto italiano, crea una perdita di fiducia ed una conseguente disaffezione da parte del pubblico.

Infatti anche nelle recenti rilevazioni del Reuters Institute di Oxford[5] la fiducia nelle notizie, nel nostro paese è diminuita a livelli minimi con solo il 13% e il 15% degli intervistati che pensa che i media italiani siano indipendenti rispettivamente da indebite influenze politiche e commerciali. Dato questo che va a confermare una tendenza globale già rilevata nel Report 2020[6] del Reuters Institute che evidenziava come la fiducia nei “News Media” continuasse a crollare a livello globale con meno di 4 lettori su dieci che manifestano una fiducia costante nelle informazioni che leggono.

Dalla parte dei giornalisti il problema potrebbe avere anche un’altra spiegazione, ovvero che il giornalismo italiano, da sempre intrecciato con la politica, potrebbe non percepire questa come un’ingerenza perché la politica è incorporata nel fare giornalismo[7]. In questo senso i risultati della ricerca Worlds of Journalism Study evidenziano come, tra i giornalisti italiani, i più giovani sono quelli che maggiormente percepiscono le influenze politiche, organizzative ed economiche[8].

Ritornando alla scarsità di attenzione, secondo Simon[9] “[…] l’informazione consuma attenzione. Quindi l’abbondanza di informazione genera una povertà di attenzione e induce il bisogno di allocare quell’attenzione efficientemente tra le molte fonti di informazione che la possono consumare». In un contesto nel quale l’informazione è sovrabbondante, si assiste a una crescente scarsità di attenzione.”

Ed in questo caso dobbiamo considerare che l’attenzione dei lettori viene ad essere condivisa con più prodotti dell’industria culturale: televisione, radio, tv on-demand, videogiochi, musica.

Quanto tempo ha disponibile un individuo durante la propria giornata per fruire di tutti questi contenuti?

Ed inoltre quante risorse può investire, all’interno di un budget familiare, per le notizie?

Una risposta ci viene dall’Osservatorio Digital Content del Politecnico di Milano che annualmente effettua uno studio sul consumo dei prodotti digitali nel nostro paese. (Figura 1)

In Italia, nel 2022, su una spesa complessiva per i contenuti digitali pari a 3,317 mld €, sono stati spesi per il “gaming” 1,518 mld, per il “video entertainment 1, 358 mld,  per “audio” (musica, podcast e audiolibri) 277 mln € e per le “news” solo 82 mln €.

Se consideriamo che, ad aggiungersi a queste spese, vi è il costo dell’abbonamento al provider internet e quello dell’energia, ci si rende conto che un budget familiare medio non può, nel nostro paese, andare molto oltre.

La complessità nel rapporto con i lettori

La convergenza dei cambiamenti culturali in parte indotti dalle nuove tecnologie e l’implementazione stessa di queste nuove tecnologie, pongono gli attori dei media di fronte alla necessità di cambiare le modalità di rapportarsi con il pubblico, di scrivere le storie, cercando nuovi formati di narrazione digitale per andare oltre il tradizionale formato di articolo cartaceo da 6-800 parole.

Video, podcast, interazione, grafici, longform, storie brevi o interlacciate con le altre forme narrative che nascono per essere narrate sui dispositivi mobili.

Un intero capitolo del Digital News Report 2022 è dedicato al consumo delle News tra i giovani [10] ed al fine di meglio comprendere i comportamenti di lettura degli stessi, questi vengono suddivisi in due macrocategorie: i nativi sociali (18–24 anni) in gran parte cresciuti nel mondo del web sociale e partecipativo ed i nativi digitali (25–34 anni) che in gran parte sono cresciuti nell’era dell’informazione ma prima dell’ascesa dei social network.

Il rapporto evidenzia come, da quando il Reuters ha avviato il tracciamento delle fonti di informazione, i social abbiano costantemente sostituito i siti Web di notizie come fonte primaria per il pubblico più giovane in generale, con il 39% dei nativi sociali (18-24 anni) in 12 mercati che ora utilizzano i social media come loro principale fonte di notizie.

Inoltre, sempre per i nativi sociali vi è un forte spostamento da Facebook verso le piattaforme “visive” come Instagram, TikToke Youtube, dove l’uso di TikTok per le notizie è quintuplicato tra i 18 e i 24 anni in tutti i mercati in soli tre anni, dal 3% nel 2020 al 15% nel 2022.

Altro aspetto da considerare per i giornalisti nella ricerca di attenzione è sicuramente il livello di istruzione e comprensione del testo dei propri lettori, che tende a porre problemi qualitativi sul tipo di contenuti e sulle modalità di narrazione degli stessi.

Il Programma per la Valutazione Internazionale delle Competenze degli Adulti (PIAAC) è un’iniziativa dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) che mira a valutare i livelli di istruzione e competenza degli individui nei 57 Stati membri dell’organizzazione.

Il rapporto PIAAC pubblicato nel 2016, che si intitola[11] Skills Matter – Further results from the survey of adult skills ha raccolto i dati  attraverso la compilazione di questionari valutati su una scala di cinquecento punti. Le principali aree di competenza prese in esame sono le competenze linguistiche e matematiche, valutate su una scala di livelli dal 1 al 5.

In Italia, il 27,7% delle persone tra i 16 e i 65 anni possiede competenze linguistiche di livello 1 o inferiore, mentre il 32% ha competenze matematiche di livello 1 o inferiore. (Figura 2)

Sebbene l’OCSE non utilizzi il termine “analfabetismo funzionale”, gli individui che rientrano nei livelli inferiori della scala di valutazione sono considerati avere scarse capacità o difficoltà nella comprensione dei testi scritti o nell’esecuzione di operazioni matematiche, che sono comuni caratteristiche dell’analfabetismo funzionale.

Nella ricerca di attenzione il rischio della semplificazione o di snaturare il contenuto della propria narrazione in funzione delle aspettative o delle competenze del lettore è un aspetto da considerare

Costruire contenuti “popolari” rappresenta quindi una sfida complessa anche in virtù della molteplicità di piattaforme, supporti e tipologie di lettori che ne debbono fruire. Indubbiamente il ruolo del giornalista in questo ecosistema non può prescindere dalla conoscenza di questi ambiti e dei nuovi linguaggi di comunicazione.

Nello sviluppo ed aggiornamento delle competenze è necessario quindi procedere, non solo in senso orizzontale tra le conoscenze generali tecnologiche e linguistiche ma anche in senso verticale attraverso una specializzazione professionale nei vari settori: il giornalista non può limitarsi ad una superficiale “tuttologia” ma necessariamente deve acquisire competenze molto specifiche quali, ad esempio, la conoscenza degli strumenti dell’intelligenza artificiale.

La complessità della rappresentazione

Altra questione intrinseca nella deontologia giornalistica è la collocazione delle notizie in un contesto appropriato, definito e comprensibile. Questione fondamentale sulla vecchia carta stampata che non ammette possibilità di equivoco in ambito digitale, dove l’interazione ed il rapporto peer to peer con il lettore qualificato rende immediatamente percepibile e contestabile qualsiasi mancanza di chiarezza.

Lo scorso 22 novembre la BBC, rete pubblica radiotelevisiva britannica nota per le caratteristiche di accuratezza, accountability e trasparenza dell’informazione, ha pubblicato un report[12] sul proprio modo di informare in relazione alle attività amministrative e politiche del governo inglese. La realizzazione dello studio è stata affidata dal Consiglio di amministrazione della BBC a due esperti di economia e media, Michael Blastland e Andrew Dilnot, che hanno intervistato oltre 100 persone all’interno e all’esterno della BBC esaminato 11.000 contenuti online, televisivi e radiofonici della BBC, concentrandosi in particolare su circa 1000 di questi. Sono inoltre stati presi in considerazione i post sui social media e commissionata una specifica ricerca sull’audience.

Lo studio non trova prove di parzialità politica nella produzione della BBC in materia di spesa pubblica e tassazione, ma rileva che interessi e prospettive significative in queste aree potrebbero essere meglio rappresentate. Fornisce inoltre chiare indicazioni su come la BBC potrebbe migliorare gli standard editoriali e l’impatto sull’audience.

La revisione osserva che molte delle sue conclusioni potrebbero essere applicate in egual misura ad altri media del Regno Unito.

Nella parte relativa alla formazione dell’opinione pubblica in ambito economico e politico, il testo analizza il ruolo della BBC e, attraverso l’utilizzo di un grafico (Figura 3) che mostra l’incremento del debito nazionale, pone l’attenzione sul modo in cui debbano essere rappresentati i dati.

In particolare, si mette in luce come la mancanza di una comprensione adeguata del contesto economico e politico da parte dei giornalisti possa portare a una visione parziale del problema e, di conseguenza, a una potenziale distorsione dell’informazione.

Viene innanzitutto evidenziato come la scelta di presentare il grafico in sterline inglesi, senza tenere conto dell’inflazione, possa amplificare la percezione di un aumento esponenziale del debito nazionale.

 

Figura 3 – BBC – rappresentazione non contestualizzata del debito pubblico inglese

A questo proposito il rapporto recita: “Il grafico sembra allarmante, ma la fonte è l’ONS[13] ma in esso vediamo un pericolo per l’imparzialità. Nessuno dei numeri qui riportati è sbagliato, ma se non vedete il problema, soprattutto se siete giornalisti, dovreste davvero continuare a leggere.”

Quindi il rapporto evidenzia che, oltre la mancanza di contestualizzazione del valore della sterlina nel tempo a causa dell’inflazione, sarebbe utile vedere, nello stesso periodo di tempo, di quanto è cresciuto il prodotto interno lordo: pertanto, affermano gli autori, la comparazione più adeguata sarebbe quella tra il debito nazionale e il prodotto interno lordo (PIL) del paese, come rappresentato nel grafico seguente (Figura 4), dove la colonna delle ordinate è rappresentata (%) dal rapporto debito /PIL.

Inoltre, gli autori del testo evidenziano che il modo in cui viene presentato il debito nazionale nel primo grafico riflette un “bias” implicito secondo cui il debito è sempre negativo, senza considerare il contesto economico e i motivi per cui il debito viene contratto. In effetti, gli autori del testo sostengono che il debito può essere considerato positivo in alcune situazioni, se ad esempio è utilizzato per finanziare investimenti pubblici o per far fronte a crisi economiche.

 

Figura 4 – BBC – Rappresentazione del debito pubblico inglese in relazione al PIL

La complessità della tecnologia: l’intelligenza artificiale ruberà il lavoro ai giornalisti?

È probabile, con tempi e modi diversi. Sebbene, come racconta Alessia Pizzi nella sua relazione in questo documento, al momento siamo ancora in Italia all’uso di tools per la creazione di contenuti strutturati data-driven, le sperimentazioni sono sempre più frequenti e la potenza, semplicità e diffusione degli strumenti di IA, oltre che la rapida diffusione degli stessi, lascia intravedere una loro prossima implementazione nella creazione dei contenuti.

E ruberà il lavoro ai giornalisti se questi non sapranno diventare essi stessi i primi utilizzatori professionali di questi strumenti, arricchendoli delle proprie competenze e dei valori etici e deontologici che caratterizzano la professione. Non possiamo concederci il lusso di perdere altro tempo in incertezze o dubbi sula necessità di aggiornarci e inserire questi nuovi strumenti nella nostra “cassetta degli attrezzi”.

È oggi, non domani, che il giornalista deve già conoscere Chat-GPT, Midjourney, Dall-E e tutti gli altri prodotti che si vanno pian piano diffondendo nell’ecosistema dell’informazione.

È necessario avere una nuova idea della professione, dinamica e competitiva, al passo con i tempi. Ed anche, come scrive il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Bartoli, avere gli strumenti legislativi e giuridici per poter cambiare una figura professionale cristallizzata ad una legge del 1963.

 

NOTE

[1] Dominici P., Tutto sotto controllo. La (iper)complessità tra realtà e rappresentazione (2021), Media Studies

[2] Mancini P., L’evoluzione della comunicazione: vecchi e nuovi mediaAtlante geopolitico (2012), Treccani

[3] De Biase L., Abbiamo un futuro? (2020), https://blog.debiase.com/

[4] Kalogeropoulos A., Toff B. – All the News That’s Fit to Ignore: How the Information Environment Does and Does Not Shape News Avoidance (2020), Public Opinion Quarterly

[5] Cornia A., Digital News Report 2022 – Italy – Reuters Institute for the study of journalism – University of Oxford

[6] Newman N. , Digital News Report 2020 – Reuters Institute for the study of journalism – University of Oxford

[7] Sorrentino C., Spendore S. (2022), Le vie del giornalismo – Il Mulino

[8] Sorrentino C., Spendore S. (2022), Le vie del giornalismo – Il Mulino

[9] Simon H., Il labirinto dell’attenzione. Progettare organizzazioni per un mondo ricco di informazioni (2019), Luca Sossella Editore

[10] Newman N. , Digital News Report 2020 – Reuters Institute for the study of journalism – University of Oxford

[11] OECD (2016), Skills Matter: Further Results from the Survey of Adult Skills, OECD Skills Studies, OECD Publishing, Paris

[12] Blastland.M., Dilnot A. (2022), Review of the impartiality of BBC coverage of taxation, public spending, government borrowing and debt, British Broadcasting Corporation

[13] ONS – Ufficio Nazionale di Statistica in UK

ANTONIO ROSSANO

Giornalista, è presidente di Media Studies, ente non profit che si occupa dell’analisi e divulgazione delle tematiche inerenti i media.
Ha scritto e scrive per varie testate, enti e siti, tra cui L’Espresso, Repubblica, Regione Ticino, LSDI, Wired.

Nel 2010 ha fondato Youcapital, prima piattaforma italiana di crowdfunding per progetti di giornalismo e comunicazione e nel 2011 si è  trasferito a Lugano collaborando alla riprogettazione dell’ Hub informativo dell’ European Journalism Observatory, restandovi fino al 2014.
Ha insegnato di tematiche relative al giornalismo in vari Master e collabora, in qualità di docente, con l’Ordine dei Giornalisti per la formazione degli iscritti.

Consulente per il digitale dell’Ordine dei Giornalisti di cui coordina il progetto «Osservatorio sul giornalismo digitale» è membro del comitato scientifico della Fondazione Murialdi sul giornalismo italiano.

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