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Osservatorio sul giornalismo digitale - Ordine Dei GiornalistiOrdine Dei Giornalisti

Ordine dei Giornalisti - Consiglio Nazionale

Osservatorio sul giornalismo digitale

05/05/2024

immagine realizzata con IA Midjourney

Cos’è l’Osservatorio sul giornalismo digitale

L’Osservatorio sul giornalismo digitale è un progetto del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, nell’ambito di competenza della Commissione cultura e riconosciuto da autorevoli istituzioni nazionali nel campo regolatorio dell’informazione e della comunicazione quali AGCOM e Garante Privacy, che si pone l’obiettivo di studiare, analizzare e comprendere gli scenari e le dinamiche strutturali del giornalismo nella sua continua evoluzione e nei suoi profondi cambiamenti.

Individuare i percorsi che il giornalismo intraprende, spesso con difficoltà e con le giuste preoccupazioni da parte degli stessi giornalisti, per definire strumenti da utilizzare e competenze da acquisire, per essere parte di questa continua trasformazione che i tempi e le tecnologie ci impongono.

Cambiano i tempi e cambiano le modalità di informare e di informarsi e, proprio i giornalisti, che nelle Carte e nelle istituzioni di tutto il mondo sono considerati i “paladini” o i “guardiani” della democrazia, hanno il difficile compito di comprendere tali mutazioni per prevenire i gravi pericoli che la disinformazione (che sia voluta o casuale) possono portare ai nostri diritti fondamentali. A tal proposito, scriveva il Presidente dell’Ordine, Carlo Bartoli, che ha inaugurato, nel 2023, questo progetto:

“[…] In questo quadro, l’informazione professionale assume una nuova importanza, il giornalismo può costituire un punto di riferimento per offrire serietà e trasparenza. Per questo il giornalista, nella nuova dimensione della comunicazione digitale, deve avere ancora più attenzione ai propri doveri: verifica rigorosa delle fonti, continenza nel linguaggio, accuratezza della narrazione, rispetto della persona.
Da qui la necessità di un Osservatorio su questa realtà mutevole e in continua trasformazione. Uno strumento operativo e scientifico che rafforzi la “cassetta degli attrezzi” dei giornalisti. Vanno comprese le dinamiche degli algoritmi, anche nelle fasi di produzione delle news giornalistiche. Va osservata e capita l’intelligenza artificiale che si sta affacciando nelle redazioni e ben presto sarà disponibile a chiunque voglia elaborare testi di carattere giornalistico.
Ci sono nuove creature nell’universo digitale che vanno monitorate in quanto, come accaduto per i social media, diventano estensioni della realtà quotidiana, con interazioni a tutti i livelli. Penso, ad esempio, al Metaverso la cui evoluzione è tutta da vedere. Certamente, se dovesse espandersi, occorrerà traslare in esso, nei modi opportuni e se e dove possibile, le buone pratiche del giornalismo. Certamente deve valere la regola universale per il mondo digitale: non possono essere le piattaforme a decidere chi è giornalista e chi no. […]”

DAL REPORT 2024

SCENARI E PROSPETTIVE

Salvare il giornalismo, forse

di Mario Tedeschini Lalli
Già molti, molti anni fa – diciamo una ventina – c’era chi provava a dire che di fronte alla rivoluzione digitale il problema non fosse “salvare i giornali”, ma “salvare il giornalismo”, perché di tutta evidenza l’equivalenza giornalismo=giornale non reggeva più. L’equivoco ha contribuito nel tempo a rendere ancora più incerto l’esito della battaglia per “salvare il giornalismo” e ora siamo, in un certo senso, giunti a temere che perda di significato anche l’equivalenza giornalismo=giornalista.

Se non possiamo più salvare “i giornali”, possiamo ancora pensare di salvare i giornalisti, le giornaliste, nel senso della loro funzione professionale? E senza persone che fanno questo di mestiere, possiamo ancora pensare di salvare “il giornalismo”?

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Salvare il giornalismo locale per salvare la democrazia

di Gabriel Kahn
Come avrete saputo, il giornalismo americano non se la passa bene. Il Los Angeles Times ha eliminato il 20 per cento della redazione in un solo giorno; Sports Illustrated ha licenziato tutti in tronco; e Vice, la testata che avrebbe dovuto attirare i giovani e rappresentare il futuro dell’informazione, ha dichiarato bancarotta. E questo soltanto nei primi due mesi dell’anno.

Il declino negli Stati Uniti è cominciato ormai da diverso tempo. I news deserts, o deserti dell’informazione (termine coniato da Penny Abernathy per indicare le aree prive di fonti di notizie locali), costituiranno presto un quarto del Paese. La seconda catena della nazione impiega un modello di business basato sui ghost papers, giornali spesso redatti da un unico giornalista e riempiti con take di agenzia.

La situazione contemporanea è un po’ come la storia della bancarotta del personaggio di Hemingway ne “Il sole sorge ancora”. E’ successo così: “gradually, then suddenly”, un po’ alla volta e poi all’improvviso.

Quel che ancora si stenta a capire è che il problema non è insito nel giornalismo, ma è un problema di democrazia. Le società democratiche non possono funzionare senza una stampa indipendente. Purtroppo, in questo momento negli Stati Uniti, in vista di una delle elezioni più importanti della sua storia, c’è proprio un vuoto di informazione autonoma.

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L’intelligenza artificiale tra i banchi di scuola

di Elena Golino
I primi ad usarla, neanche a dirlo, sono i più giovani. Non ancora come materia di studio ma direttamente, sui cellulari o i pad.

Noi della Commissione Cultura del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, insieme ai funzionari del Ministero dell’Istruzione e del Merito, abbiamo provato a verificare quanto l’uso e la diffusione dei sistemi legati al IA fossero significativi. Non eravamo sicuri che l’esperimento avrebbe funzionato. E invece la realtà ha sciolto ogni dubbio. I primi di quest’anno abbiamo lanciato tra tutte le classi superiori d’Italia un bando che aveva come tema la realizzazione di un elaborato usando IA e commentando i rischi di veridicità che questo strumento avrebbe potuto comportare; un bando difficile per come era articolato e per le riflessioni ad esso legate *(allegato 1). Risultato: ad oggi sono arrivate diverse decine risposte di partecipazione. 

Un segno concreto che i giovani viaggiano con i tempi che cambiano, molto più rapidamente di come le generazioni precedenti mutavano…

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APPROFONDIMENTI TEMATICI

“Una nuvola scintillante di frammenti” – Sommario

di Lelio Simi
Da circa quattro lustri il ciclo di aggregazione e disaggregazione delle piattaforme digitali investe e rivoluziona interi settori industriali, dal trasporto pubblico (con app come Uber) a quello del turismo (con app come Airbnb), colpendo anche le industrie dei media, compresa quella dei giornali e delle notizie.
Non soltanto il formato “monoblocco” del giornale è stato frammentato — in singoli articoli consegnati, pezzo per pezzo, via social media e riassemblati poi in grandi aggregatori come Google News o Apple News — ma il ciclo digitale bound/unbound ha disaggregato anche la “professione” giornalistica abilitando potenzialmente chiunque a diventare un “fornitore di servizi di informazione” in modalità del tutto simile a come (potenzialmente) è stato abilitato chiunque a diventare un “fornitore di trasporto pubblico” o un “fornitore di un alloggio temporaneo”.

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Intelligenza artificiale nelle redazioni italiane

di Andrea Iannuzzi
La relazione che segue si pone l’obiettivo di verificare l’impatto dell’intelligenza artificiale generativa nel giornalismo e nell’editoria in Italia, analizzandone la diffusione, l’efficacia, le prospettive e le criticità, attraverso casi di studio e interviste condotte all’interno delle principali testate italiane, sia quelle tradizionali che affiancano alle pubblicazioni digitali le edizioni cartacee (e le loro repliche digitali), sia quelle “all digital”.

Se il 2022 è stato l’anno della scoperta, nel 2023 le piattaforme di intelligenza artificiale generativa – da ChatGPT (OpenAI) a Bard, poi evoluta in Gemini (Google), passando per Claude (Anthropic) – sono entrate nell’uso quotidiano degli utenti della rete, trovando applicazioni in diversi ambiti di ricerca e professionali e rendendo familiare l’approccio con i cosiddetti Large language models, che stanno alla base del loro funzionamento e della capacità di generare contenuti che imitano le capacità dell’intelletto umano.
Nelle redazioni e nelle aziende editoriali sono cominciati i primi esperimenti, volti soprattutto all’introduzione di strumenti in grado di sfruttare le potenzialità dell’IA per velocizzare e semplificare la produzione e la pubblicazione di contenuti: servizi di traduzione istantanea, di trascrizione da audio a testo, produzione di audioarticoli, newsletter automatizzate, abstract e sommari, titoli adatti alla Search Engine Optimization (SEO)…

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Giornalismo e intelligenza artificiale: aspetti giuridici e normativi – Sommario

di Deborah Bianchi
L’Intelligenza Artificiale (AI) e l’Intelligenza Artificiale Generativa (GenAI) hanno costituito uno dei temi prioritari nell’ordine del giorno del World Economic Forum accanto alla guerra in Ucraina e al clima. Il tema è davvero epocale: dall’avvento dei modelli GenAI parte una nuova era tecnologica. Nessuna delle potenze mondiali vuole restare indietro nella corsa al primato economico e politico-giuridico e cerca di imporre il proprio legal framework, nonostante la consapevolezza dell’esigenza di un “patto digitale globale” su AI e GenAI. In questo nuovo scenario deve imparare a ricollocarsi anche il giornalismo. Reduce dall’adattamento alla dimensione digitale, deve ora rimboccarsi le maniche per confrontarsi con la nuova dimensione “digitale generativa, multimodale e sintetica”.
Questo confronto implica un’ulteriore trasformazione del lavoro del giornalista che dev’essere ancora di più un’attività fortemente inclusiva. Laddove i GenAI disintermediano e isolano l’utente, il giornalista riannoda tutti i collegamenti della catena di valore dell’AI e così facendo permette al lettore di accedere all’informazione autentica, stimolandone il senso critico. Il giornalista deve inoculare nell’informazione restituita dagli outputs dei GenAI il germe dell’inclusività coinvolgendo tutti gli stakeholders dell’argomento trattato innescandovi il dibattito pubblico.

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AUTORI

Luciano Floridi

Elisa Giomi

Luciano Floridi

Davide Bennato

Luciano Floridi

Guido Scorza

Luciano Floridi

Giovanna Cosenza

Luciano Floridi

Andrea Iannuzzi

Luciano Floridi

Luciano Floridi

Luciano Floridi

Mario Tedeschini Lalli

Luciano Floridi

Antonio Rossano

Luciano Floridi

Elena Golino

Luciano Floridi

Carlo Bartoli

Luciano Floridi

Ginevra Cerrina Feroni

Luciano Floridi

Richard Gingras

Luciano Floridi

Deborah Bianchi

Luciano Floridi

Lelio Simi

Luciano Floridi

Gabriel Kahn

Luciano Floridi

Gennaro Annunziata

Luciano Floridi

Colin Porlezza

Luciano Floridi

Alessia Pizzi

Guido Romeo

Luciano Floridi

DAL REPORT 2023

Il difficile rapporto tra libertà di espressione e c.d. diritto all’oblio

di Guido Scorza
La storia dell’informazione e quella della privacy sono legate a doppio filo sin dalle origini e cioè da quel lontano 1890 nel quale due giuristi americani Samuel Warren e Luis Brandeis scrissero sull’Harvard Law Review “The right to privacy”, teorizzando così il “right to be let alone”, il diritto a essere lasciati soli che avrebbe poi rappresentato l’embrione che ha dato vita al diritto alla privacy moderna.

A ispirare il saggio di Warren e Brandeis, alcuni articoli, che oggi definiremmo di gossip, sulle nozze della figlia del primo, pubblicati dai primi cc.dd. “quotidiani gialli” del tempo, tra i quali il New York World di quel Joseph Pulitzer che sarebbe poi divenuto simbolo del giornalismo di qualità ma che, all’epoca, da editore, pare cedesse spesso alla tentazione di sacrificare la qualità dell’informazione sull’altare delle vendite con titoli, prime pagine, pezzi e immagini sensazionalistiche.

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Un ruolo centrale per i giornalisti

di Elena Golino
Negli anni, abbiamo assistito ad una crescita esponenziale dell’informazione nel digitale. Le dimensioni sono diventate colossali. In un solo minuto nel mondo vengono inviati 44 milioni di messaggi, effettuate 2,3 milioni di ricerche su Google, generati 3 milioni di “mi piace” e 3 milioni di condivisioni su Facebook, e vengono effettuati 2,7 milioni di download da YouTube. Lo scrivono l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato e il Garante per la protezione dei dati personali in una indagine comune del 2020. Certamente, questi dati “monster” oggi sono ulteriormente lievitati.

La tecnologia digitale consente ormai da anni questi volumi giganteschi di traffico nel web in tempo reale, senza pause, 24 ore su 24. E soprattutto senza confini. La rete è un tutt’uno globale e laddove dei cittadini non riuscissero a far parte della “comunità digitale planetaria”, la responsabilità è unicamente da attribuirsi a governi locali che applicano la censura. Esempi in questo senso non mancano: dal Medio Oriente, all’Asia, all’Europa dell’Est, in Russia, in alcuni stati del Sud America le limitazioni di accesso e di fruizione alla rete sono all’ordine del giorno. E non è un caso, che queste limitazioni siano messe in atto da governi spesso lontani dai principi basilari della democrazia.  

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Nuove prospettive per il giornalismo

di Richard Gingras
La più grande sfida che il giornalismo deve affrontare è la sua rilevanza.
Il giornalismo di qualità non esisterà, tanto meno prospererà, se una società non riconosce l’importanza del giornalismo e non lo sostiene con la propria attenzione e il proprio supporto finanziario. Praticamente tutti i sondaggi evidenziano quanto la percezione della fiducia e del valore del giornalismo siano in costante calo. Ciò non sorprende, dato che molti politici liquidano come “fake news” tutto ciò che ritengono sia per loro sfavorevole.
Il mondo è cambiato. Più che mai c’è bisogno di giornalismo di qualità per comprendere il nostro mondo ed essere cittadini attivi. Siamo sopraffatti da internet: cambia continuamente, clic dopo clic, con ogni frammento di informazione che sputa fuori. Dai teneri meme dei social network a una schiera infinita di opinionisti e influencer. Dagli utili tutorial e dai sogni ispirati di creatori di video, agli imbonitori e ai propagandisti. Dalle istantanee di graziosi nipotini, alle foto ritoccate per manifestare una falsa indignazione. Dall’ esperienza profonda del giornalismo digitale innovativo, all’astroturfing finanziato da chissà chi.
È un ecosistema mediatico complicato composto da elementi di una semplicità spaventosa. La cultura, la politica e le notizie sono ridotti a meme e messaggi di 280 caratteri senza contesto né sostanza. Il nostro mondo è distorto e stravolto da sconfortanti meme culturali che siamo indotti ad amplificare, da cattive pubblicità che offrono falsi rimedi, da politici che soffiano sul fuoco di paure che essi stessi promettono poi di spegnere.

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Il pluralismo informativo tra teorie dei media e (limiti della) tutela normativa. Proposte per una evidence-based regulation

di Elisa Giomi
In questo contributo si analizzano la nozione di “pluralismo informativo” e le forme della sua tutela nel nostro ordinamento, per poi avanzare una proposta che possa colmare quelle che – lo mostreremo – appaiono criticità irrisolte. Questa operazione non può che partire da una chiara enunciazione di come debba intendersi il pluralismo. La nozione varia, infatti, in base al ruolo che si assegna ai media nel dibattito sociale e nella costruzione dell’opinione pubblica. A sua volta, questo ruolo varia in base ai modelli di democrazia e alle teorie mediali che adottiamo. È dunque da questa ricognizione che prende avvio il percorso.

Per una definizione di pluralismo: modelli di democrazia e teorie dei media
Crediamo che una proposta molto utile per definire il pluralismo provenga da Raeijmaekers e Maeseele, in un articolo del 2015 dal titolo “Media, pluralism and democracy: what’s in a name?”[2]. Gli autori analizzano tre differenti “scuole” di teoria democratica – liberale, deliberativa, agonistica – ed i corrispettivi ruoli assegnati ai media, traendone due criteri identificativi del pluralismo mediale.
Il primo criterio è la distinzione “consenso/conflitto”. I primi due modelli di democrazia presi in esame, liberale e deliberativo, puntano a superare eterogeneità e controversie sociali per raggiungere il consenso collettivo. Il modello agonistico non ritiene invece che eterogeneità e controversie debbano essere superate, giacché le considera costitutive della stessa politica democratica.

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La datificazione del giornalismo

di Colin Porlezza
Nel lontano 1967, il teorico delle tecnologie Lewis Mumford creò il concetto della cosiddetta “mega-macchina”. Nel suo libro The Myth of the Machine (Il mito della macchina), l’intellettuale statunitense situa questa mega-macchina nell’antico Egitto per descrivere le organizzazioni gerarchiche costituite da decine di migliaia di esseri umani schiavizzati e controllati dal potere di re venerati come degli dei.
In questa mega-macchina, gli schiavi diventano una risorsa trasmettendo la loro energia a un meccanismo più grande che si può sfruttare per costruire intere piramidi. La gestione di tutte queste vite in schiavitù viene attribuita a un apparato militare e amministrativo per assicurarne il controllo e l’utilizzo efficiente. Nella sua opera successiva, Mumford adattò il suo concetto di “mega-macchina” al mondo digitale, sostituendo il re divino con un cosiddetto “Omni Computer”, cioè “l’ultimo modello di computer I.B.M., programmato con zelo dal Dr. Stranamore e dai suoi associati” (1970, p. 273). In questo caso non c’è più un’enorme massa di schiavi costretti a svolgere lavori disumani, ma una “info-macchina” che monopolizza il potere, pronta a elaborare dati “misurati quantitativamente o osservati oggettivamente”. Nella visione critica del progresso sociale da parte di Mumford, gli esseri umani subiscono una disintegrazione totale dell’autonomia dato che vengono ridotti a un semplice ingranaggio della macchina artificiale.

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Giornalismo, AI, e nuove responsabilità digitali

di Luciano Floridi e Guido Romeo
Il futuro del giornalismo è già qui, ma non è equamente distribuito. Le applicazioni di quell’insieme di tecnologie che chiamiamo intelligenza artificiale (IA) nel mondo dell’informazione sono in crescita esponenziale e stanno cambiando il modo di trovare, produrre e distribuire i contenuti aprendo nuovi modelli di monetizzazione. Si va dalla distribuzione personalizzata di contenuti come feed o newsletter iper-personalizzate, alla produzione automatica di contenuti in crescita sia nella finanza che nello sport, al pricing dinamico di banner e abbonamenti, all’estrazione di notizie da collezioni di big-data, a migliori trascrizioni automatiche di audio e video, all moderazione dei commenti anche su grande scala e al riconoscimento di fake news e deep-fake, fino a nuovi strumenti di fact-checking e all’aumento della capacità di ricercare immagini e catturare il sentiment dei sempre più diffusi contenuti generati dagli utenti (UGC- user generated content).
Ancora più importante – come ha sottolineato la London School of Economics – è l’aumento della domanda di questi servizi da parte di utenti come i ragazzi della Generazione Z, nati e cresciuti in un mondo di contenuti personalizzati e on-demand.

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Un puzzle complicato

di Antonio Rossano
La crisi sistemica del mondo dell’informazione che sta causando la disruption di un sistema editoriale, economico, comunicativo e sociale, non è questione semplicemente di individuare un modello di business innovativo o un formato nuovo per le notizie: è il prodotto di un sistema complesso dove forze di varia natura interagiscono tra di loro: economia, diritti, tecnologia, mercato, capitale, dinamiche sociali, politica, aspetti cognitivi e comportamentali.
L’ecosistema informativo dove il giornalista opera è paragonabile ad un grande puzzle all’interno del quale le tessere che lo compongono hanno una speciale caratteristica: cambiano continuamente forma, rendendo necessaria una continua revisione delle posizioni e dei collegamenti e l’aggiunta costante di nuovi elementi.
La questione dell’attenzione e della fiducia nel giornalismo
Il vero oro dell’economia dell’industria culturale e, nello specifico, dell’informazione digitale, è costituito dall’attenzione dei lettori, da cui consegue la necessità imprenditoriale di ottenere tale attenzione a tutti i costi.
Non è certamente una novità: da oltre 50 anni è ben noto il valore dell’attenzione come bene primario per l’industria culturale, più o meno da quando, a settembre del 1969, Herbert Simon (in seguito premio Nobel per l’economia) aprì la sua conferenza alla Johns Hopkins University, con un intervento dal titolo “La progettazione di organizzazioni in un mondo ricco di informazione”.
L’analisi di Simon delineava in prospettiva i possibili sviluppi del passaggio da una economia dell’abbondanza (di attenzione) ad una economia di scarsità e, viceversa, da un’abbondanza di informazioni ad una scarsa disponibilità di attenzione, come ricorda Mancini: “[…] se nei primi anni della comunicazione di massa (più o meno per tutta la prima metà del Novecento) i mezzi e i messaggi in circolazione erano in numero ristretto, si era cioè in una situazione di scarsità, con poche fonti di comunicazione e con un universo simbolico non così affollato di messaggi come oggi, con il passare degli anni, soprattutto grazie all’innovazione tecnologica, il numero delle emittenti e il numero dei messaggi è aumentato in maniera portentosa, tanto che oggi si può appunto parlare di una situazione di abbondanza.”

La lentezza nell’adeguarsi e nel comprendere i cambiamenti del mondo dell’informazione, ha fatto sì che solo nell’ultimo decennio l’attenzione di editori e giornalisti si sia spostata da criteri organizzativi e di valutazione tipici della carta stampata a sistemi più adatti a cogliere e restituire valori indicativi dell’attenzione e del coinvolgimento dei lettori in ambiente digitale. Lentezza comprensibile da una parte (come immaginare di abbandonare un business che aveva sempre funzionato?) ma che ha costituito uno dei problemi principali problemi per l’evoluzione del giornalismo.
D’altra parte una ricerca eccessiva di attenzione, per i news media, può costituire uno dei problemi principali nella interpretazione della propria funzione all’interno di una società, come propone De Biase ricordando McLuhan in una più ampia riflessione sul futuro della società: “Se l’ambiente mediatico attraverso il quale ci facciamo un’idea della realtà è totalmente dominato dalla competizione per l’attrazione di attenzione, non c’è narrazione ma soltanto una ripetizione di opinioni chiuse nel cerchio terribile della ricerca immediata di consenso: opinioni che non si confrontano con la realtà ma che cercano di circoscrivere una realtà a uso e consumo di chi le esprime. Se non c’è una storia ma soltanto una continua ripetizione, allora non c’è passato e dunque non c’è futuro.”

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Il pluralismo dell’informazione alla prova della crisi di fiducia nei media

di Davide Bennato
Il modo migliore di comprendere il rapporto fra pluralismo e democrazia è quello di collocare la relazione all’interno del quadro sociale di questi anni. C’è da dire che non è un quadro roseo, poiché diversi studi sottolineano come gli ultimi anni siano caratterizzati da un generalizzato calo di fiducia in tutte le istituzioni sociali, media compresi, nei quali il ruolo della pandemia non è stato quello di elemento causante, bensì quello di componente accelerante.

Questa situazione di calo di fiducia è molto forte in Italia: infatti nessuna istituzione in Italia gode della fiducia dei cittadini, ad esclusione del mondo delle imprese (Passoni 2022).

In realtà l’atteggiamento complessivo non è di sfiducia dichiarata, bensì di sostanziale neutralità, per quanto rispetto 2021, i media e il governo hanno avuto un calo di un punto percentuale, mentre le organizzazioni non governative (ONG) pur ottenendo un punteggio di neutralità hanno aumentato la propria percentuale. In particolare, il governo non viene percepito come in grado di risolvere i problemi ma neanche capace di svolgere una certa leadership, il che mostra come dopo il breve periodo di fiducia verso le istituzioni nei confronti della pandemia, la percezione del rapporto cittadini-politica si sia inasprito.

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Giornalismo e Intelligenza Artificiale

di Alessia Pizzi
In questa sede si propone una panoramica degli strumenti dell’Intelligenza Artificiale applicati al giornalismo, offrendo le principali informazioni sull’esperienza globale e un approfondimento sulla situazione italiana. Sono state prese in esame ricerche, analisi, studi e report da fonti istituzionali, accademiche e giornalistiche, e gli spunti forniti da autorevoli esperti del settore tra cui per l’aspetto globale, Charlie Beckett, docente presso il Dipartimento Media e Comunicazione della London School of Economics and Political Science e coordinatore del progetto JournalismAI[1], e Andrea Iannuzzi, Senior Managing Editor presso La Repubblica, che ci ha fornito un quadro generale di uso di tali strumenti nell’ambito del più grande gruppo editoriale italiano.

Sono stati riportati i principali ambiti d’uso dell’Intelligenza Artificiale nel giornalismo, gli obiettivi di alcuni strumenti testati e di alcune sperimentazioni condotte negli ultimi anni presso testate e agenzie. Successivamente, vengono anche presentati spunti di riflessione sugli errori in cui possono incorrere gli strumenti di IA, tra cui ChatGPT-3, e vengono presentate alcune delle riflessioni etiche attualmente in corso sul futuro dell’informazione. Per concludere vengono suggeriti alcuni strumenti di apprendimento e siti di riferimento sull’IA.

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Leggere la nuova complessità. Gli effetti del digitale sulle strategie dell’industria italiana dei quotidiani

di Lelio Simi
Il terribile anno pandemico nella sua drammatica peculiarità ha aperto un decennio — gli anni Venti — elevando all’ennesima potenza molti dei punti critici di un’industria come quella dei quotidiani che, negli anni immediatamente precedenti, aveva subito alcuni dei cambiamenti più radicali della sua storia. Gli anni Dieci del Duemila — sotto l’effetto dell’onda lunga della diffusione capillare degli smartphone e del mobile (il lancio dell’iPhone è del 2007) così come della Grande Recessione degli anni 2008-2009 — sono stati caratterizzati da una straordinaria accelerazione di cambiamenti già in atto, sia a livello tecnologico che culturale, sociale ed economico. Cambiamenti che obbligano continuamente tutta una filiera (editori, giornalisti, distributori ed edicole) a ripensare al loro ruolo e al loro modello di business (senza peraltro, trovare risposte certe o confortanti). È sotto questa luce che, comunque, vanno lette le dinamiche di questi ultimi due anni; il 2021 e il 2022, sono la risultante di uno scenario del tutto nuovo e continuamente in cambiamento dove si sommano più “effetto domino” innescati negli anni precedenti.

Un primo quadro di questi cambiamenti risulta evidente confrontando alcuni macro-dati di contesto relativi alle diverse audience del complesso delle testate quotidiane italiane: nel 2010 i lettori di quotidiani in Italia (Figure 5,6,7) (secondo Audipress) nella loro versione cartacea o della replica digitale erano, nel giorno medio, circa 24 milioni, il 46% della popolazione, nel 2019 a chiusura del decennio, erano 15,8 milioni (il 29,7% della popolazione); nel 2022 (il riferimento è il secondo aggiornamento annuale di Audipress) si sono ulteriormente ridotti a 11,6 milioni (21,8% della popolazione) seppure in leggera crescita dopo il punto più basso toccato nel 2021.

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